Professionisti, corporazioni e frodi

Di Sergio Soave
19 Febbraio 2004
Esaminando il caso Parmalat

Esaminando il caso Parmalat, il commissario europeo al mercato interno, Fritz Bolkenstein, ha sottolineato un aspetto, quello del gran numero di professionisti indipendenti che non hanno esercitato un controllo adeguato, che invece nei commenti italiani è stato piuttosto trascurato. Tutt’al più si è insistito su questioni di carattere etico, che diventano sempre di moda quando emergono gravi scandali, ma che non colgono l’essenza del problema. Non c’è ragione di credere che la moralità e la correttezza individuale dei professionisti italiani sia inferiore a quella dei loro colleghi di altri paesi, così come i codici deontologici delle corporazioni nostrane non sono differenti, nelle linee generali, da quelli vigenti all’estero.
Anche in questo caso il vero problema risiede nel meccanismo di fondo. Gli ordini professionali, gli albi, insomma gli strumenti di protezione corporativa rappresentano, per loro natura, un’eccezione al principio di libertà di lavoro e di concorrenza. Il loro scopo, infatti, è quello di evitare la concorrenza interna e la giustificazione di questo privilegio consiste nell’esigenza di assicurare l’indipendenza dei professionisti nell’esercizio delle loro funzioni, spesso assai delicate, in modo da sottrarle dall’influenza dominante dei committenti, che sono contemporaneamente sottoposti al loro controllo. La garanzia di quest’indipendenza è la ragione dei codici deontologici, che quindi rappresentano non tanto un’opzione etica quanto un vero e proprio potere di contrappeso a quelli dei manager aziendali, un potere dotato anche di strumenti sanzionatori, come la radiazione dagli albi e l’inibizione dell’esercizio della professione. Il punto è che questi contrappesi non hanno funzionato, che non si ha notizia di procedimenti interni agli ordini verso i professionisti che abbiano violato il codice deontologico. Bolkenstein, osservando la situazione da una prospettiva meno implicata nelle vicende italiane, ha colto in questa situazione il fattore di anomalia più evidente.
A questo punto, però, il problema è diventato ineludibile. O il sistema delle protezioni corporative, debitamente riformato, recupera la sua funzione di tutela dell’indipendenza, che è l’unica ragione per cui può essere mantenuto in un mercato libero un potere anticoncorrenziale, oppure, se quel potere ha solo una funzione di autotutela dell’esistente e dei suoi privilegi, senza alcuna utilità pubblica, bisognerà prendere atto che non ha più ragione di esistere.

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