L’avanguardia necrofila
Nonostante la Transavan-guardia, movimento artistico italiano lanciato da Achille Bonito Oliva alla fine degli anni Settanta (che annoverava artisti come Sandro Chia, Enzo Cucchi, Mimmo Paladino, Francesco Clemente e Nicola De Maria e propugnava un ritorno alla pittura) quegli anni furono ancora in gran parte dominati dalle avanguardie che privilegiavano la pura idea rispetto al fare artistico, al fare pittura. Che per definizione è un’attività intellettuale inestricabilmente collegata ad una manualità basata su colori, tele, pennelli, solventi e smalti. Come se bastasse un’idea eccezionale da sola a creare una grande opera d’arte. La pittura che è sempre esistita, anche in questi anni, si era così inabissata (tranne rare eccezioni quali la Pop Art e Lucio Fontana che con i suoi famosi tagli legava l’idea del gesto al fare pittura e scultura contemporaneamente) come un fiume carsico, sin dai tempi dell’Action Painting di Jackson Pollock e compagni, per tutti gli anni Sessanta non ottenendo più il favore dei critici in un periodo in cui l’arte concettuale dominante favoriva la separazione tra l’attività artistica e l’idea ad essa legata soffermandosi capziosamente sul significato dell’opera d’arte. Questa tendenza, che ha avuto le sue motivazioni e per un certo periodo è stata anche condivisibile, si è ripetuta all’infinito. Così, nel tentativo di reggersi sulla provocazione e sostenuta ad arte dall’attività di alcuni grandi mercanti anglo-americani, ecco la riproposizione in tutte le salse di un’arte d’avanguardia che Vittorio Sgarbi ha definito “necrofila”. Arte fatta apposta per creare mercato sui timori e le ipocondrie di qualche ricca signora e di taluni borghesi illuminati. Qualche nome di questi avanguardisti ben sponsorizzati dai mercanti nel tempio dell’arte? «Fondamentalmente sono quattro e neanche tanto dotati», osserva Vittorio Sgarbi. «Jeff Koons, Vanessa Beecroft, Maurizio Cattelan, Damien Hirst. Questi, grazie a riviste come Flash Art, la sedicente prima rivista d’arte d’Europa, vengono imposti a direttori e critici – che fanno i loro interessi e grazie ad un’oculata operazione di marketing – come i quattro massimi rappresentanti della contemporaneità. Mentre non si capisce perché un pittore come Alessandro Papetti debba artisticamente valere meno di loro o rappresentare a un livello inferiore la nostra epoca».
I performer del niente
E veniamo dunque alle opere di questi nipotini di Marcel Duchamp, il primo distruttore delle forme d’arte convenzionali che nel 1913 mise una ruota di bicicletta rovesciata su uno sgabello e la propose come scultura. L’impressione è che nessuno di essi possieda il talento né la poesia del grande vecchio. Damien Hirst, lanciato dalla Saatchi Gallery di Londra a prezzi proibitivi propone animali come i vitelli sezionati e messi in formalina. Questo può anche sembrare una novità, nel senso che nessuno l’aveva mai fatto in precedenza. Tuttavia è vero che chi lavora in un mattatoio tale operazione la esegue ogni giorno senza sapere di essere un grande artista. Vanessa Beecroft, alla quale la casa editrice Skira ha appena dedicato una mastodontica monografia a corredo di una sua recente mostra al Castello di Rivoli, propone delle sculture viventi con decine di modelle nude. Il fatto non scandalizza nessuno, ma non si capisce perché sei belle foto, che la Beecroft scatta per ogni performance numerandole, siano un grande documento rappresentativo della nostra epoca, essendo l’arte, come diceva Mario Sironi, «la fotografia a raggi infrarossi dello spirito del mondo».
Maurizio Cattelan, invece, si dedica a scherzi; le sue installazioni sembrano una parodia dell’opera di Duchamp. Eppure sono necrofile con un velato ma continuo riferimento alla morte, della quale sembra farsi beffe. Ne fanno parte una stella cometa al neon che riprende la stella delle Br in un’opera chiamata “Natale 95”, oppure “La nona ora” dove Papa Karol Wojtyla, con tanto di paramenti e pastorale giace per terra morente essendo stato colpito da un misterioso meteroite che si trova ancora sul suo corpo. Nonostante le quotazioni proibitive raggiunte (quella di Papa Giovanni Paolo II è stata battuta da Christie’s a New York per 860mila dollari), le sculture in gesso di Cattelan sembrano fatte di plasticaccia.
Esse sono, secondo la filosofia di Andy Warhol la forma artistica più alta, cioè l’arte degli affari. Tuttavia non incontrano l’approvazione del pubblico, tant’è che quella del Papa, esposta in Polonia è stata danneggiata a martellate. Non da un matto, ma dal furor di popolo. E a differenza del Mosé di Michelangelo nessuno ne ha pianto le sorti. Se l’arte deve essere soltanto provocazione viscerale, beh, pare che la realtà, oggi come ieri, la superi abbondantemente.
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