La riscossa della pittura
L’hanno chiamata “nuova figurazione italiana” a metà degli anni Novanta per differenziarla dalle ricerche pittoriche precedenti.
Ma intorno a questa tendenza pittorica ci sono già le prime discordanze, i primi pareri divergenti. Il fatto è che da quando è diventata un’arte à la page, tutti i pittori hanno ripreso il figurativo dopo decenni dedicati a sperimentazioni differenti.
Il risultato è che molti dipinti, pur presentando una grande tecnica, risultano piatti, senza spessore, freddi e con una certa somiglianza alle immagini patinate dei rotocalchi. Indice che la pittura di Andy Warhol non è stata assimilata, né tanto meno capita, perché dopo i suoi splendidi ritratti dedicati ai grandi personaggi della cultura americana e mondiale (che riprendevano le fotografie e, tramite una tecnica molto personale affine alla serigrafia, le proiettavano sulla tela colorandole poi con tinte vivaci e con campiture di colori piatte sulla scia di Henri Matisse), tutto ciò che si poteva fare in questa direzione è già stato fatto. Oggi vige una grande confusione tra pittura e immagini da cui siamo continuamente bombardati. La differenza sta, come ci disse una volta Mimmo Rotella, nel “senso dello spazio”: «Ogni grande artista è colui che trova una nuova dimensione dello spazio, il resto è soltanto tecnica». L’immagine non possiede una profondità, mentre la pittura quando è autentica sì. E questo senso dello spazio è il luogo in cui abita il dramma che dice del rapporto autentico dell’artista con la realtà che lo circonda. Da questa misteriosa differenza di potenziale esce la pittura. E su questa linea si orienta, ormai da anni, la ricerca di alcuni artisti come Giovanni Frangi, Velasco, Alessandro Papetti, Letizia Fornasieri e Luca Pignatelli. Li accomuna il cimentarsi con il medium pittorico. Per il resto vi sono notevoli differenze: si va dalla ricerca semi-astratta di Frangi, a un originalissimo approccio alla figura e al paesaggio di Papetti.
Il colore di Frangi
Caratteristica dell’opera di Giovanni Frangi è lo straordinario uso del colore. Le sue opere, dai cromatismi eccezionali (che presentano un mondo dove la natura domina incontrastata), hanno letteralmente rivoluzionato la pittura di paesaggio in Italia; non hanno equivalenti e non sfigurano, anzi mostrano sorprendenti analogie, se paragonate a quelle dell’indiscusso Re Sole del colore del Novecento, Henri Matisse. Parafrasando Pablo Picasso si può dire che anche «Frangi ha un sole nel ventre», autonomo e originale rispetto a quello del grande Henri. Ciò che rende la pittura di Frangi così attuale è quel suo lavorare ai paesaggi avvicinandosi ad essi più del dovuto, dipingendo in maniera assolutamente istintiva, graffiando e sporcando la tela, distruggendo l’immagine con il dripping e a colpi di pennello. Oppure aggiungendo delle “impronte” di colore attraverso l’uso di fogli di giornale o spatolate di colla, disfando così l’originale visione del paesaggio per riappropriarsene a un livello più interiore. «La mia è una riflessione su paesaggi che diventano interiori – ci dice Frangi – e lì avviene una trasformazione, come un superamento del problema di figurazione e astrazione». La sua pittura, un po’ rozza, “da carrozziere”, dice Frangi, rimane così in uno stadio intermedio dove l’immagine è ancora riconoscibile ma irrimediabilmente trasformata o addirittura sfaldata in una visione personale, più lirica. Un’altra caratteristica di Giovanni Frangi è la sua esigenza di lavorare ai dipinti per cicli, o meglio, passando da un ciclo all’altro. Ciò che lo spinge a iniziare un ciclo è un attimo di stupore primordiale per un luogo che s’imprime dentro di lui con forza. Talvolta per non perdere un’immagine, una visione che l’ha colpito, si serve della macchina fotografica catturando scatti su scatti, come schizzi su quaderni di appunti. Ora è impegnato con il ciclo della notte, iniziato nel 2001, con enormi quadri notturni popolati da foreste e da tenebrosi fiumi che scorrono all’orizzonte. «In realtà il ciclo della notte è una riflessione sul buio – spiega l’artista – come quando uno si ferma con la macchina lontano da un centro abitato e si trova in mezzo alla natura, in un luogo privo di fonti luminose. L’occhio ha bisogno di tempo per percepire le forme e solo dopo un po’ ci si abitua a vedere nel nero. Il mio lavoro ora è quello di ricreare in forma pittorica una situazione analoga». Attualmente questi suoi quadri neri sono esposti alla mostra “Nobu at Elba”, dal 15 febbraio al 21 marzo, alle Scuderie di Villa Panza a Varese presso la collezione del conte Panza di Biumo, la più famosa raccolta d’arte americana degli anni Sessanta d’Italia. La mostra è costituita esclusivamente da quattro immensi quadri, costruiti su variazioni di nero; due lunghi quindici metri e alti tre e mezzo, gli altri alti anch’essi tre metri e mezzo, ma lunghi rispettivamente otto e cinque metri. L’immagine sconfina così da un dipinto all’altro, dando agli spettatori l’impressione di essere immersi in un panorama di oltre quaranta metri di pittura, che ricrea sinfonicamente l’atmosfera di un’immensa radura notturna bagnata da un fiume (con una cascata che scorre e all’orizzonte il profilo delle montagne illuminate dal cielo stellato).
Lo spazio di Papetti
Altrettanto grandiosa e rappresentativa della contemporaneità è l’opera di Alessandro Papetti, uno degli artisti italiani più interessanti nel panorama internazionale. Caratteristica determinante della pittura di Papetti è il senso dello spazio o, come dice lui, una “visione grandangolare delle cose”. Una visione drammatica delle persone e del loro rapporto con l’ambiente che le circonda, e che ricorda, per la veridicità dei risultati, le visioni di Umberto Boccioni negli anni immediatamente precedenti il 1910, ossia prima della stesura del manifesto dei pittori futuristi, visibili in dipinti come l’“Autoritratto di Brera” o nel ritratto della “Signora Virginia”. In Papetti, all’origine di questo suo modo di guardare il mondo, sta la passione per l’opera di Alberto Giacometti e l’assimilazione del suo sguardo drammatico in una visione profondamente originale. «Da ragazzo compravo tutti i libri che parlavano di lui – spiega Papetti – ritagliavo foto di opere, ricercavo con ostinazione la sua profondità in pittura».
E’ opinione veritiera quella di chi ritiene che la storia dell’arte è fatta da intuizioni di grandi maestri che a distanza di decenni vengono riscoperte e capite da altri artisti in contesti completamente differenti, prendendo una direzione formale nuova e totalmente inaspettata.
è questo il caso di Papetti, il cui lavoro tra il 1988 e il 1990 – nella scia di quella “confraternita d’origine svizzera” che va da Varlin a Giacometti, come ebbe a chiamarla Giovanni Testori nell’articolo che gli dedicò nel 1989 sul Corriere della Sera – ha dato vita a una serie di ritratti bellissimi e inquietanti, con donne o uomini raffigurati in stanze dalle ambientazioni spoglie, in piedi o seduti su una poltrona in pelle e osservati con un punto di vista vertiginoso che conferisce drammaticità alla situazione. Attorno e sopra di essi prende vita un vortice di pennellate sibilanti, bianche, grigie, con sfumature tra il rosa e l’ocra che ricreano uno stato d’animo indefinibile, silenzioso, come l’attesa di qualcosa che potrebbe accadere da un momento all’altro. Negli anni immediatamente successivi Papetti ha approfondito la sua ricerca sull’archeologia industriale con splendidi quadri su interni di fabbrica che rappresentarono un evento unico nel panorama artistico mondiale, con l’approccio al tema dell’industria nel momento del suo declino. Il processo di deindustrializzazione che ha investito l’Italia dalla metà degli anni Ottanta trova nelle sue tele la sua rappresentazione più autentica, con misteriosi interni silenziosi e bui popolati soltanto da macchinari abbandonati, dove ancora si avverte la storia della presenza umana che fu, e dove anche la polvere (visibile grazie alla luce filtrata proveniente dalle gigantesche vetrate), trova la sua consistenza. In seguito Papetti sviluppa il tema dell’acqua, o meglio, del corpo immerso, indagando i grandi maestri del passato e trovando che soltanto Böcklin e Rembrandt avevano già dedicato dipinti all’argomento. «Ma soltanto dopo aver visto “Film blu” dell’autore polacco Krzysztof Kieslowski – spiega Papetti – ho avuto l’idea esatta di ciò che intedevo fare». è scaturita da questa intuizione una serie di splendidi dipinti con corpi immersi all’interno di azzurre piscine, in apnea o colti durante il crawl, oppure a bagno in misteriose lagune notturne. Ora, dopo essersi dedicato dal 1999 agli esterni, dipingendo vecchie fabbriche abbandonate, bacini di carenaggio e porti, da Genova a Rotterdam, Papetti sta ancora esplorando il tema dei paesaggi industriali. Verso la fine del 2003 ha finalmente ottenuto i permessi per fotografare la ex fabbrica della Renault, situata su un’isola della Senna presso Parigi. La fabbrica, ora in disuso, è stata inaugurata nel 1930 ed è l’ambiente ideale per quest’ultimo sviluppo della sua pittura. Questi suoi dipinti verranno esposti presso la galleria Alain Blondel di Parigi, dal 9 marzo al 30 aprile in una mostra che si preannuncia già come un unicum nel panorama europeo. Si tratta di immensi capannoni, come enormi scheletri di balena o ruderi di cattedrali industriali dai punti di fuga vertiginosi e dalla luce accecante, dipinti in tutte le variazioni del grigio (dal bianco avorio all’ocra) a ricreare l’immagine che il tempo che scorre lascia inevitabilmente nei luoghi degli uomini. Come ebbe a scrivere Papetti, «in quei lughi di archeologia avverti ancora di più che il tempo si è fermato. Tutto questo è qualcosa di inesprimibile a parole. Forse sentire lo spazio che mi modifica, entrare in relazione con un oggetto è dipingerlo. Allora non è più un oggetto, ma quell’oggetto, in quella stanza, in quel momento. Tutto questo muta il mio stato d’animo; potrei dipingerlo mille volte e sarebbe mille volte diverso».
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