Maledetto sport

Di Fornari Alberto
19 Febbraio 2004
Abbandoni scolastici, allenamenti massacranti, psicosi da risultato. Quanti ne ammazziamo di piccoli Pantani? L’atto di accusa di un insegnante di educazione fisica che pensa all’uomo e non al risultato

Stefano G., 2° C, 15 anni, mi presenta il certificato medico in cui viene esonerato dall’eseguire le capovolte, perché soffre di mal di schiena. Approfondisco e mi rivela che ha anche continui dolori al gomito destro, alle ginocchia, al collo; tutte le settimane si sottopone a massaggi e applicazioni di tens. Il padre mi chiede di non stressarlo con esercizi difficili (le capriole!), perché è una promessa del tennis regionale che fa 5 (dicesi cinque) allenamenti a settimana di 3 (dicesi tre) ore ciascuno, oltre ovviamente alla partita nel week end.
Luca S., 3° C, si è ritirato dalla scuola. Ma se in prima era tra i migliori nello studio? Il padre mi confida che il Russi vede in lui un gioiellino e che vale la pena di rischiare di fallire la scuola, che con 4 allenamenti più la partita (il sabato primo pomeriggio, per cui ogni trasferta un po’ lontano niente scuola la mattina) non ce la fa a studiare. «Ma ha il fisico di Zola, e già dei mal di schiena! Non tiene uno stress così!» dico io. «Mi hanno detto che ce la può fare», chiude lui
Alberto C., 4°D, ex nazionale juniores, gran fisico, sta bene. Sta ripetendo per la seconda volta la quarta e verrà bocciato ancora perché fa la serie A, con sei allenamenti a settimana più partita. Ma è un panchinaro («Fanno giocare gli stranieri») e quest’anno è stato messo su tre mezze partite. L’anno prossimo pensa di trovarsi una società di B. Il diploma? Non se ne parla.
Alessio G., 5° C, faceva ciclismo in prima e seconda e mi stressava perché l’allenatore gli aveva vietato di fare la corsetta di riscaldamento a scuola (3-4 minuti) perché gli si rovinavano i muscoli da ciclista (!). Ha smesso: tutti i pomeriggi sulla strada, la domenica in trasferta in tutto il nord Italia, partire alle sei, rientro a notte fonda, niente doccia dopo la gara perché non ci sono le attrezzature. «E poi ci davano della roba che non mi convinceva».
Quattro dei miei alunni di quest’anno; centinaia di storie così nella mia trentennale carriera di insegnante di educazione fisica; uno solo me lo ricordo professionista, portiere in serie C. Gli altri spremuti, illusi, buttati. Non ho scritto i loro cognomi per ovvio rispetto, ma non li trovereste mai su una cronaca che non fosse nella dodicesima pagina del giornale di provincia (e me la portano a vedere, tutti orgogliosi!).
Pantani invece, i due calciatori morti in campo, Fioravanti dal cuore scoppiato, erano arrivati sulle prime pagine perché avevano vinto e stravinto. Il processo di identificazione, che nei miei ragazzi si interrompe e lascia delusione e fallimenti solo di media intensità, nei grandi campioni arriva alle più estreme conseguenze: IO VINCO e quindi SONO.
Ma se è in gioco la stessa identità, lo stesso essere, non c’è più limite che non possa essere infranto pur di continuare ad essere forte e vincente: salute, dignità e perfino vita non hanno più senso oggettivo.
Prima delle morti o dei tragici incidenti nel mondo dello sport ci sono sempre dei fallimenti umani costruiti meticolosamente, seppur spesso inconsciamente, giorno dopo giorno, sulle strade, sui campi e nelle palestre da parte di chi non ha alcun interesse per il bambino, il ragazzo, l’uomo, ma solo ed esclusivamente per il risultato. Le domande: “Cosa serve a questa persona? Cosa la può aiutare a crescere? Come usare lo strumento sport per far fiorire la sua umanità?” sono state tutte appiattite in “se vince sarà contento (e soprattutto lo saremo noi: allenatori, genitori, tifosi, sponsor, e via gonfiando), quindi avanti a tutti i costi!”.
L’alternativa non è più rimandabile: o al centro si mette l’uomo, o si mette il risultato. Non piangiamo ipocritamente sulle conseguenze.

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