Figli di Berlinguer
Sono stato il primo, nella mia facoltà, a pronunciarmi a favore dell’attuale agitazione, ma dichiarando allo stesso tempo di non avere alcuna intenzione di farmi strumentalizzare a fini elettorali dal centrosinistra. Perché premiare chi ha gettato le basi dell’attuale situazione di precarietà del mondo universitario? Il tentativo di cavalcare il movimento di protesta è evidente anche ai ciechi: sigle sindacali a parte, i colleghi oggi più barricaderi sono spesso gli stessi, timidi e silenziosi, che appena due anni fa hanno accettato tutto quello che veniva imposto dal centrosinistra. Alcuni pretendono anche di riscrivere la storia del nostro disagio: la colpa è tutta della Moratti – dicono – perché fino a Berlinguer le cose andavano bene.
Ma questo è inaccettabile. Un’agitazione seria deve partire da un’analisi seria, e non è possibile negare i segni di continuità fra centrodestra e centrosinistra. L’origine dei (nuovi) mali dell’università italiana è in effetti nella falsa concezione dell’“autonomia” universitaria – la grande invenzione, appunto, di Luigi Berlinguer – che vuol dire privatizzazione degli atenei, precarizzazione di docenti e ricercatori, visione mercantilistica del sapere universitario. Quello che stupisce è che il centrodestra non si accorga delle contraddizioni di questa idea-madre di chi lo ha preceduto: non si accorga cioè che la marginalizzazione delle facoltà umanistiche – ovvia conseguenza dell’introduzione di una logica di mercato negli atenei – confligge con l’esigenza spesso dichiarata di una difesa della identità storica nazionale, che solo un’università pubblica può garantire. E non si accorga che l’autonomia introdotta da Berlinguer è una falsa autonomia, non diversa da quelle invocate per i magistrati o per la Banca d’Italia. L’autonomia in salsa sinistrese consegnerà gli atenei italiani a Poteri Forti più o meno occulti e incontrollati. Il contrario del principio sbandierato.
Silenzio sui danni fatti da Berlinguer
Il discorso dunque passa ai contenuti dell’agitazione in corso: non c’è solo la legge delega Moratti, che peraltro ha ripristinato i concorsi nazionali (questo è un fatto positivo); non ci sono solo i co.co.co. e la precarizzazione da rifiutare; né solo il problema degli ormai bassissimi stipendi, di cui peraltro si parla poco. C’è anche tutto quello che è stato introdotto da Berlinguer, e che – a parte tante questioni non secondarie, ad esempio i Nuclei di valutazione così come sono organizzati oggi – può essere riassunto in un solo problema: la dequalificazione delle lauree e dell’insegnamento universitario, a loro volta conseguenza dell’introduzione generalizzata e acritica del 3+2; della moltiplicazione folle dei corsi di laurea; della correlata perdita dell’autonomia della cattedra; dell’altrettanto conseguente aumento dell’attività didattica a carico di ciascun docente o ricercatore, e – ultimo anello della catena – della diminuzione del tempo da dedicare alla ricerca, cardine e tratto distintivo essenziale dell’insegnamento universitario. Altrimenti cosa distingue l’università da un liceo? E cosa è la laurea triennale (non a caso nell’originario progetto berlingueriano abbinata alla riduzione di un anno della scuola superiore) se non un superdiploma scolastico? Perché allora non pensare alla reintroduzione, per alcune facoltà almeno, dei quattro anni? E perché non introdurre, invece che più ore di insegnamento frontale, maggiori controlli sulla produzione scientifica del docente?
L’idea di una valutazione periodica è giusta – nessuno rimpiange la vecchia università –, ma oltre a richiedere garanzie e responsabilizzazione di chi è chiamato – gli studenti – a valutare chi insegna (e dunque il rifiuto di questionari anonimi e manipolabili, una forma di demagogia democraticistica a sfondo autoritario), necessita di contenuti diversi, che non possono riguardare la sola didattica. I problemi sono dunque tanti, e la loro origine precede l’attuale governo. E allora va bene protestare, ma parliamoci chiaro: o la battaglia è complessiva, o al prossimo sciopero il rischio è che molti colleghi abbandonino un fronte percepito non a torto come strumentale ed elettoralistico.
* Ordinario di Storia ed istituzioni dei paesi afro-asiatici, Università di Teramo
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