Chi ha paura del tempo aggiuntivo?

Di Elisabetta Iuliano
26 Febbraio 2004
La protesta contro l’“abolizione del tempo pieno” si fonda su una consapevole mistificazione

Ripetete una menzogna dieci, cento, mille volte: diventerà una verità». L’antica massima del ministro della Propaganda del III Reich, Goebbels, si adatta alla perfezione alla battaglia che Cgil e accoliti hanno scatenato nelle piazze del paese. L’oggetto del contendere, l’assalto al tempo pieno – e più in generale alla scuola pubblica – semplicemente non esiste. Come è dettagliato nelle risposte a uno dei documenti Cgil in circolazione (vedi pagina IV) la nuova scuola non diminuisce di un’ora l’offerta formativa. Anzi, la aumenta. Perché oggi circa il 30% delle scuole elementari italiane e il 25% delle scuole medie sono a tempo pieno o a tempo prolungato. Dall’anno prossimo tutte le scuole della Repubblica saranno tenute a offrire le “ore aggiuntive” e, dove le famiglie lo richiedano, il “tempo mensa”. Tutte le famiglie italiane che, per convinzione o per necessità, chiederanno che i propri figli rimangano a scuola per quaranta ore alla settimana ne avranno il diritto. Anche quelle che oggi vivono in zone dove il tempo pieno non esiste (arrivano già le prime conferme: a Corsico, nel milanese, un gruppetto di setto-otto famiglie che da anni chiedeva invano il tempo prolungato – non erano abbastanza per fare una classe – dall’anno prossimo l’avrà).
Ci si straccia le vesti per il “ritorno del doposcuola”. Si lamenta che le ore aggiuntive saranno inevitabilmente di “serie B”. Perché? Perché le stesse maestre che oggi fanno cose meravigliose dovrebbero l’anno prossimo, con le stesse ore e gli stessi organici, fare disastri? Solo perché cambia l’etichetta sulla confezione? Non si chiamerà più “tempo pieno”, si chiamerà “tempo aggiuntivo”: ma la sua organizzazione è lasciata all’autonomia delle scuole (vedi l’intervista alla preside Manco). Perché dovrebbero fare peggio di quest’anno? Forse – suggeriscono i malevoli – per boicottare la riforma e poter dire «ve l’avevamo detto». Ma un’altra ragione non c’è. Il problema vero sta da un’altra parte. Da sempre, la scuola italiana è riserva di caccia delle élite culturali del paese, quelli convinti che «bisogna fare gli italiani». Da D’Azeglio agli intelletuali chic non è cambiata una virgola. Quanto più lorsignori si sciacquano la bocca con il “popolo” tanto più sono convinti che sia bue: se lo si lascia a se stesso sceglie sempre il peggio (vedi l’intervista a Vecchioni: forse sarebbe meglio abolire anche le elezioni, visto che se lasciamo fare a loro ‘sti ignoranti ti eleggono perfino il Berlusca…). I saggi sanno cos’è il bene del popolo, e devono “liberarlo” a forza: da duecento anni Rousseau docet… La riforma Moratti invece considera finalmente le famiglie italiane soggetti capaci di intendere e di volere: possono valutare, d’intesa con gli insegnanti, cosa è meglio per i propri figli. E potranno perfino – udite, udite! – dare un giudizio concreto, operativo sull’azione della scuola: se le ore opzionali sono fatte bene, sono utili, interessanti le scelgo; altrimenti no. Chi ha paura della libertà?

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