RITORNO A COLD MOUNTAIN

Di Simone Fortunato
26 Febbraio 2004
L’odissea di un soldato sudista in fuga dalla guerra verso la propria casa.

Sorpresa: ad Anthony Minghella è riuscito un film. Dell’autore de “Il paziente inglese” avevamo detto il peggio: debole nella costruzione del racconto, pessimo nella direzione degli attori. E certo non ci avevano fatto cambiare idea i nove Oscar scandalosamente vinti dal film con Ralph Fiennes. Poco meglio era andata con “Il talento di Mr. Ripley”, ma solo per la solidità del romanzo di partenza. “Ritorno a Cold Mountain” è però diverso: non un capolavoro e nemmeno un film nuovo. Un melodramma piuttosto tradizionale, con qualche lungaggine di troppo, alcuni personaggi inutili, qualche volgarità. Ma anche un film che si lascia seguire bene, con un ottimo inizio (la rappresentazione pittorica e violenta della guerra è la cosa migliore di tutto il film), squarci visionari (la “visione” nel pozzo) ed un intreccio vagamente omerico: Penelope che attende nella reggia che crolla; i Proci padroni, e poi Calipso e le Sirene. Lontano secoli da quel “Via col vento” a cui il regista pare ispirarsi, “Ritorno a Cold Mountain” fa però respirare l’aria di un cinema ormai perduto: cinema popolare, che amava raccontare storie universali e utilizzare non attori, ma veri e propri divi.
Di A. Minghella
Con J. Law, N. Kidman

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