Quei bravi ragazzi

Di Bottarelli Mauro
04 Marzo 2004
Paradossi canori: per la prima volta Sanremo valorizza i giovani, ma a Mantova gli artisti “contro”, distribuiti dalle multinazionali, girotondeggiano contro la mafia sponsorizzati da Furio Colombo. Che a Nassau...

Nonostante la notizia ci lasci assolutamente indifferenti, martedì è iniziato il Festival di Sanremo. Evviva, le tradizioni sono una cosa sacra. In contemporanea con la 54ma edizione della kermesse canora, però, quest’anno si sta svolgendo a Mantova anche il Controfestival, carrozzone legalitario-musicale organizzato da Nando Dalla Chiesa per protestare contro la direzione artistica di Tony Renis, reo di un’inaccettabile amicizia con Silvio Berlusconi e di un passato di cantante alla corte dei mafiosi italo-americani. Apriti cielo, i “micromeghisti” di professione non credevano ai loro occhi: via, quindi, con una bella manifestazione “contro”, cui ha entusiasticamente aderito qualche decina di cantori molto engagé oltre che gli onnipresenti rappresentanti della cosiddetta società civile, fu meglio gioventù, capitanati da Lidia Ravera, madrina dell’operazione. Presentata da Pamela Villoresi, la pentagrammatica macchina da guerra di Dalla Chiesa annovera sponsor di peso, come la coppia Fo-Rame (una sorta di Onu delle battaglie perse, sempre presenti tranne che alle celebrazioni che più vedrebbero protagonista il premio Nobel, ovvero quelle per l’8 settembre), Marco Travaglio, il noto intellettuale dell’onanismo Aldo Busi, Sabina Guzzanti, Flores d’Arcais e giù giù in un tripudio di sinapsi interrotte e neuroni in asfissia. Un Festival anti-mafia in piena regola, cui ha voluto dare una mano anche l’onnipresente Codacons, il “Wwf del signor Rossi che nel suo piccolo s’incazza”, che ha presentato un esposto alla Procura di Roma affinché venisse verificata la bontà dei criteri di selezione dei 22 cantanti in gara a Sanremo.

Non piace alla gente che piace
Detto fatto, Tony Renis è stato ascoltato dai pm romani. Poco ci interessa di cosa abbia detto agli inquirenti, la cosa incredibile è che in un paese dove l’80% dei reati rimane impunito si scomodi un magistrato affinché si appuri se anche quest’anno a Sanremo si sia consumato lo storico e sempiterno rito della pastetta. Sembreremo ripetitivi ma, a nostro avviso, le uniche colpe del sorridente Renis sono quelle di essere amico del premier (peccato mortale, punito con la reclusione nella redazione de l’Unità da sei mesi a tre anni), di aver cantato per qualche boss mafioso americano proprio come nel “Padrino” – con coté di sposa chiattona, convitati ciccioni in gessato e finale al ritmo di Funiculì Funiculà – ma soprattutto di aver mandato a quel paese i veri padrini della discografia, ovvero di aver rotto quel patto non scritto che faceva del Festival della canzone italiana la più grande farsa dell’entertainment. Già, perché nel paese dei campanelli e dei paradossi, quest’anno si è toccato il fondo: ovvero artisti e intellettuali alternativi organizzano un controfestival per protestare contro il primo e unico direttore artistico che abbia avuto il coraggio di dire “no” ai ricatti delle multinazionali del disco, le stesse contro cui imprecano acquirenti di ogni età per i prezzi alle stelle e gli stessi artisti “rivoluzionari” che suoneranno a turno nelle piazze virgiliane. Prendiamo qualche nome a caso.

Quelle storie molto tese
Elio e le Storie Tese, paladini del rock demenziale e idoli incontrastati di migliaia di giovani, hanno sempre fatto della dissacrazione e della libertà di espressione una bandiera. Amici dei sinistri che contano, dalla Gialappa’s band alla banda di Radio DeeJay sponsorizzata dal gruppo Espresso, pur incidendo da sempre per l’etichetta indipendente Aspirine i giovanotti non disdegnano di farsi distribuire nei negozi dalla Bmg-Ricordi, casa discografica che annovera nel suo catalogo pezzi da novanta come Eagles, Eurythmics, Santana, gli ZZ Top e centinaia di altri artisti più o meno famosi. Una multinazionale con le carte in regola, una di quelle che strangola il mercato, uccide la creatività, costringe le etichette indipendenti alla clandestinità, alza artatamente a livelli spropositati i costi dei cd e, a occhio e croce, sfrutta anche la manodopera e depreda il Terzo mondo. Ma soprattutto, scandalo degli scandali, annovera nel suo ranking artistico anche un amico dei boss mafiosi come Tony Renis! Già, la Bmg distribuisce infatti l’omonimo disco del satanico direttore artistico, con il seguente codice prodotto: 74321821412. Un retaggio del passato? Fino a un certo punto. Infatti se il disco è una raccolta di successi dei tempi della Rca, la sua data di emissione sul mercato è il 14 marzo 2001, quindi quando le frequentazioni chiacchierate del cantante erano note e le deposizioni all’Antimafia citate a memoria come un Padre Nostro giudiziario da Dalla Chiesa erano realtà. Ma come, cari Elio e soci: andate a Mantova a protestare contro un mafioso ma accettate di essere distribuiti dalla sua stessa etichetta? Stesso discorso vale per Luca Carboni, altro ex – pigliatutto delle classifiche di vendita, il cui ultimo cd “Live” è distribuito dalla Bmg-Ricordi: ma come, Luca che cantavi Farfallina, i soldi valgono più dei valori e della lotta alla mafia?

Barricate, però in salsa di profitto
Più coerenti, nel senso che, pur cullandosi tra i comodi guanciali delle multinazionali, almeno non coabitano con il mafioso Renis, sono i rossissimi Modena City Ramblers, vere icone della sinistra dura e pura, divisi tra citazioni letterarie e inni al Chiapas, il tutto gentilmente recapitato nei negozi con ricarichi tutt’altro che equi e solidali dalla Universal, major che qualche anno fa ha inglobato nientemeno che un gigante come la Polygram. E gli ultra-alternativi Cristina Donà, Subsonica e Afterhours, questi ultimi autori nel loro ultimo album di una canzone dedicata all’infelicità che pervade la vita della gente da quando impera la Berlusconi’s way of life? Stessa storia: siamo indipendenti ma col piffero che ci affidiamo a case di distribuzione come la Venus, la Self o ai circuiti barricaderi dei centri sociali. Major, e via andare! Con coté di apparizioni Tv nelle varie Mtv e All Music, promozione garantita dai solerti uffici stampa immanicati con i giornalisti di settore e passaggi radiofonici assicurati visto che le campagne pubblicitarie delle etichette discografiche smuovono qualsiasi dubbio artistico dei dj: la stessa corte dei miracoli che rende elefantiaco il mondo del disco e che impone prezzi spropositati per autoperpetuare il carrozzone. Per quanto riguarda gli Afterhours, poi, va sottolineato il profondo valore morale del messaggio inviato dal cantante-guru Manuel Agnelli attraverso il suo libro Il meraviglioso tubetto, edito da Mondadori (quindi Berlusconi, ma guarda!), nel quale gli appunti di vita randagia e tossica e quelli musicali venivano fusi insieme dal meraviglioso tubetto, appunto, ovvero la confezione di shampoo che il poeta metropolitano utilizza per un’iniziazione all’auto-sodomia descritta come “meravigliosa”. Vien voglia di rivalutare Al Capone, altro che Renis. Ma non è ancora finita. Ci sorge infatti un dubbio, piccolo ma di quelli che si insinuano come tarli nel cervello e che non si riescono a scacciare. Stando alle dichiarazioni rilasciate, Nando Dalla Chiesa ha organizzato il suo baraccone in nome della lotta alla mafia, fenomeno criminale incarnato dal Tony Renis rivierasco: perfetto, accettiamo la sfida.

Ma Nassau val bene una messa
Ora però vorremmo sapere: perché per sponsorizzare la sua kermesse ha utilizzato più volte le colonne de L’Unità, quotidiano con cui normalmente collabora? Non sa l’ex baffuto Dalla Chiesa che il direttore del quotidiano fondato da Antonio Gramsci è stato nel cda della Overseas Union Bank & Trust di Nassau, cassaforte alle Bahamas della Fiat che attraverso questa holding pagava tangenti non solo ai partiti politici ma anche al clan mafioso catanese dei Santapaola? E non sa nemmeno che insieme al buon Furio Colombo, che partecipò alle assemblee degli azionisti dal 1990 al 1993 e sedette nel cda fin dal 1984 e si dimise solo il 30 giugno 1994, c’era anche Mariano Fasano, latitante e accusato di riciclaggio di denaro derivante dal narcotraffico? Accidenti, che dimenticanza: pensi che di quella faccenda da poco si interessò nientemeno che uno dei suoi idoli, il pm Gherardo Colombo. Pensi, caro Dalla Chiesa, che Fasano negli States è ricercato dalla Dea, mica da David Letterman! Come può non saperlo, caro Dalla Chiesa? Non ha letto il bel libro edito da Editori Riuniti (ex proprietaria de L’Unità), Il processo, scritto a sei mani dai giornalisti Paolo Griselli, Massimo Novelli e Marco Travaglio? Sì, sì, lo stesso Travaglio che non sembra schifato di collaborare quotidianamente con il giornale diretto da uno che gestiva tangenti per conto della Fiat a politici e mafiosi e che interverrà al suo Controfestival. Accidenti che cortocircuito, quanti nomi che si accavallano in questa storia. Dalla Chiesa, non sarà che la sua concezione di lotta alla mafia soffre un po’ di strabismo? I Santapaola sono meglio dei padrini americani di Renis, sono forse una specie di San Vincenzo della Trinacria? Va bè, buttiamola in musica, almeno restiamo in tema: per dirla con i Procol Harum, forse quella dei suoi amici è una Whiter shade of mafia. Su col morale, paladini della legalità: se non erro domenica prossima vi attende una grande festa di chiusura tutti insieme. Godetevela, anzi vi facciamo anche pubblicità: l’appuntamento è davanti all’Ospedale Psichiatrico di Mantova. Una battuta di cattivo gusto? No, la pedissequa citazione del programma ufficiale del Controfestival: c’è qualcosa di freudiano in tutto questo, non vi pare?

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