I volti amici di Duccio

Di Castagneto Pierluigi
04 Marzo 2004
Siena adagiata sui colli

Siena adagiata sui colli emana fascino anche in questo inverno piovoso. Ospita sino al 14 marzo una mostra dal titolo “Duccio. Alle origini della pittura senese”. Nulla da dire sulla qualità della rassegna, accurata, documentata e ben comprensibile al visitatore (eccetto le scritte illustrative tanto alte da far venire il torcicollo). Ma su Duccio di Buoninsegna e la sua scuola ci saremmo aspettati qualcosa in più. Almeno qualche accenno a quell’amore appassionato per Gesù, la Madonna e i santi che i pittori senesi di fine Duecento comunicavano alla gente, spesso illetterata, che alzava gli occhi per guardare e rimanere affascinata. Oggi quello stupore per il mistero, per quel Dio misericordioso fatto uomo, non lo capisce quasi nessuno. Un pannello della mostra recita testualmente: «Nella pittura italiana del ‘200 (e quindi anche nei dipinti di Cimabue e del giovane Duccio) il reale è reso in forma astratta, in conformità con la mentalità medievale secondo cui la realtà vera era diversa da quella di questo mondo. Perciò i nudi sembra che abbiano tre pance , le mani assomigliano a delle forchette, le occhiaie sono segnate vistosamente, il naso è a forma di becco ecc…». Tra le righe il giudizio secondo cui la realtà vera è astratta e la vita di quaggiù è separata da quella di lassù. Anzi quest’ultima è lontana, irraggiungibile. Non è così. La Madonna della Maestà, sul suo trono, con il suo bimbo in braccio ci dice: «Sono qui, guardatemi, guardate il bimbo, guardate allo stesso modo della schiera degli angeli, dei santi e degli apostoli che sta qui attorno». Lo struggimento di quei volti innamorati, di quegli sguardi interminabili non è rivolto verso l’astratto, guarda qualcosa che c’è. Anzi quei personaggi dicono insieme: «Guardate con noi». Attenti dicono “con noi”, non “con me”; osano suggerirci che del “mistero presente” si fa esperienza insieme. Poveri uomini di oggi, colti ma distaccati, come possiamo capire chi è innamorato di Gesù. Figli dell’illuminismo, riteniamo che la ragione possa capire tutto, anche senza aderire con simpatia all’oggetto che si vuole comprendere. Ne La conoscenza storica il grande storico francese, Henrì-Irénée Marrou, sostiene che la conoscenza dell’altro può esistere solo «se io mi sforzo di andargli incontro, uscendo da me per chinarmi su di lui, uscire dal proprio io»; insomma un’avventura, una scoperta e un incontro con l’altro da me. Lo storico francese parla proprio di simpatia, di un legame di amicizia secondo la formula di sant’Agostino nemo nisi per amicitiam cognoscitur. All’uscita della mostra dopo lo stupore destato da Duccio e i suoi compagni emerge nella piazza quel duomo possente. Emerge nella sua grandezza una chiesa, amata da quella gente tanto che investirono una fortuna per costruirla, e di casa in casa appare quella città unica, abbarbicata sui colli. Viene poi alla mente la basilica di Assisi dove i volti innamorati e struggenti dipinti da Giotto, hanno in comune quasi tutto con Duccio. Fortunati poi quei frati che all’entrata del Sacro convento ogni volta che passano possono leggere: «Il tempo che passa è Dio che viene». Come guardare la Maestà di Duccio, come guardare Giotto.

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