Quesito per Prodi. E vita da cani

Di Tempi
11 Marzo 2004
Caso Telekom Serbia.

Caso Telekom Serbia. Dopo alcuni mesi di fremiti e convulsioni verbali, con Marini ingabbiato dal maggio 2003 e un tribunale in ritardo sulle indagini; sorretti da una campagna denigratoria della sinistra siamo a questi non certo esaltanti risultati: reticenze generalizzate dai manager ascoltati, silenzi spregiati di Lady Dini, ed infine rifiuti con varie ragioni addotte da parte di un ex ministro degli Esteri e un suo sottosegretario, convocati quali testi informati sui fatti. Dell’allora primo ministro si vedrà come intenderà comportarsi. Che vi sia stata un’appropriazione di mazzette va chiarito per il bene degli interessati, ma l’eventuale estraneità non deve fare velo alle responsabilità politiche dell’esecutivo del ’96 che oggi intende chiamarsi fuori con il “poteva non sapere” del maneggio pubblico di 900 miliardi di lire.
Imprudenti? Svagati? Irresponsabili?

Romano Paolantonio, Arcore

Lo ammettiamo, anche noi una volta abbiamo perso un po’ di tempo in Svizzera correndo appresso al povero Igor Marini. Però, prima di esigere le scuse altrui, basterebbe che la un po’ freakketona compagnia prodiana rispondesse a una, soltanto una, domanda: in quale altro mondo possibile si è mai visto che (come si può leggere in quel documento ufficiale che è la “Memoria del collegio sindacale di Telecom Italia sull’acquisizione di Telekom Serbia”), per acquistare la più importante azienda di un certo Stato (nel caso la Repubblica Jugoslava, per la quale Repubblica l’affare è stato trattato direttamente dal governo), la maggiore impresa di un certo altro Stato (nel caso la Repubblica Italiana, per la quale Repubblica l’affare sarebbe stato trattato non si è ancora capito bene da chi, ma certo «il governo non sapeva») si sarebbe affidata all’intermediazione di una società – tale Mak Environment – che risiedeva in un terzo Stato (nel caso, a Skopje, Macedonia, con pagamenti dell’azienda acquistata effettuati in un quarto Stato, off-shore, Cipro), società la cui ragione sociale era il commercio di mangimi e di cui «mancano ulteriori notizie relative al 1997 perché la società non risulta più iscritta nei registri pubblici macedoni dalla fine del 1998»?

Il Consiglio comunale di Reggio Emilia ha recentemente approvato (con il mio solo voto contrario) un regolamento per la tutela degli animali che è il primo in Italia e forse “nel mondo”. (…) E così, ci hanno tolto il pesce rosso! Che si sentisse la necessità di un regolamento a tutela degli animali, può anche essere vero, tuttavia tra fare e strafare c’è differenza. è nobile migliorare la vita degli animali ma senza scordarsi degli uomini, altrimenti è fanatismo; e un certo fanatismo, un certo animalismo pagano mi è sembrato di cogliere in questo regolamento che equipara i diritti umani e i diritti animali attraverso regole rigide e minuziose…

Marco Marziani, Reggio Emilia

In effetti vietare il pesce rosso in vaschetta o la aragosta in padella non prima che un medico legale ne abbia accertato la morte, il divieto di mendicare accompagnandosi con un cane non ancora svezzato, è un bel progresso per esseri umani che giocano a mettersi nei panni degli animali. Ma per il pesce rosso che finirà comunque in pasto al pesce nero, per l’aragosta che verrà comunque bollita come da sempre è stata bollita, per il cucciolo di cane che nonostante il regolamento del Consiglio comunale di Reggio Emilia non riteniamo improbabile che lo aspetti comunque una vita da cane, che progresso è?

Dopo il “si vis pacem para bellum” di Prodi a Nigrizia, in che misura e come, secondo lei, i leader della Lista Unica per l’Ulivo potranno ricalibrare la loro “grande fuga” dal voto sull’impegno italiano in Irak?

Anna Maria Schiavone, Pescara

Secondo noi con una calibro 9, parabellum naturalmente.

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