Come mungere l’Europa
La Francia è il primo beneficiario lordo ed il secondo beneficiario netto dei fondi della Pac, la Politica agricola comune della Ue nata cinquant’anni fa per evitare lo spopolamento delle campagne europee ed oggi trasformata nel più importante meccanismo di distorsione dei mercati mondiali dell’agroesportazione. I 44 miliardi di euro che ogni anno la Ue spende per sovvenzionare i produttori negli attuali 15 paesi membri rappresentano poco meno della metà dell’intero bilancio dell’organizzazione; di essi, ben 9,6 miliardi, cioè il 22% dell’intera cifra, vanno agli agricoltori francesi. Se si calcola il saldo fra contributi versati alla cassa comune della Ue e fondi ricevuti, la Francia si classifica come secondo paese più aiutato di tutta l’Unione, con un saldo netto di 2,3 miliardi di euro. Meglio di lei fa soltanto la Spagna, con 2,5 miliardi. Invece paesi dove il reddito pro capite è quasi la metà di quello francese come Grecia e Portogallo incassano molto ma molto meno. Questa bazza ha però i giorni contati: l’ingresso dei paesi dell’Est nella Ue e la riforma della Pac preconizzata dal commissario europeo Franz Fischler sono destinati a fare delle vittime. Il bilancio attuale della Pac è stato confermato fino al 2013, ma la cifra dovrà essere ripartita fra un numero maggiore di paesi, quando prima l’allargamento del maggio prossimo e poi quello del 2007 porteranno nell’Unione paesi che contano 10 milioni di addetti nel settore agricolo. La Francia, sempre molto guardinga in materia di riforma della Pac, ha dato il suo consenso di massima alla soluzione di compromesso presentata nel giugno 2003 da Fischler, che introduce il principio rivoluzionario secondo cui i sussidi non saranno più proporzionali alla quantità di prodotto, ma secondo quote fisse per produttore. Si è invece opposta con tulle le forze a Cancun alle richieste dei paesi del Terzo mondo riuniti nel gruppo dei 21, che chiedevano di fissare una data per la soppressione delle sovvenzioni alle agroesportazioni europee e di ridurre i sussisidi anche ai prodotti che non vengono esportati, ma condizionano i prezzi del mercato mondiale. Su questi punti il “no” francese è irremovibile.
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