Dalla parte dei poveri
A giudicare dal dibattito che si è sviluppato sui media nel mese scorso, si direbbe che l’attenzione ai problemi della povertà nel nostro paese abbia subito un’insolita impennata e che d’ora in poi ci sarà una maggiore attenzione verso i poveri di lunga e di breve durata. Di fatto però i riflettori si sono accesi su un’altra platea, rappresentata da coloro che nell’ultimo biennio hanno visto diminuire il potere d’acquisto del loro reddito ed hanno dovuto ridurre (più o meno intensamente) il loro tenore di vita. La precisazione non è inutile perché (fortunatamente) non è affatto scontato che la riduzione dei consumi che ha interessato milioni di famiglie nel 2002-2003 abbia automaticamente portato tutti a livello della soglia di povertà. Una cosa sono l’estensione della vulnerabilità economico-sociale e i timori che ne conseguono, altra cosa è invece ritrovarsi al di sotto della soglia di povertà relativa o, addirittura, assoluta. Con queste premesse, non è difficile immaginare che a beneficiare dell’allarme “povertà” non saranno (ancora una volta) i poveri effettivi, ma le categorie ed i ceti che hanno maggiore peso nel mercato dei consensi politici e sindacali.
Altrettanto deludente è stata – anche in questa occasione – la scarsa attenzione prestata alla situazione delle famiglie con figli o altri familiari a carico. Si è puntato il dito sui redditi individuali, ma non si è sottolineato abbastanza che l’incidenza della povertà cresce sensibilmente al crescere del numero dei figli e che dunque è prioritario potenziare le politiche fiscali e gli eventuali trasferimenti assistenziali a favore dei nuclei familiari numerosi, nei quali crescono circa 1 milione e 700mila bambini ed adolescenti destinati a rimanere poveri. Nelle famiglie con tre o più minori l’incidenza della povertà è due volte superiore (24%) al valore medio nazionale (11%). Tra le coppie di anziani il valore si attesta al 15,7% , mentre tra gli anziani soli è del 13,3%. Al pari di altri paesi europei anche in Italia la diffusione della povertà tra i minori sta superando quella tra gli anziani. L’elevata vulnerabilità dei minori richiede di moltiplicare gli sforzi per prevenire le fonti del loro disagio – attraverso il sostegno al ruolo educativo delle famiglie e con adeguate politiche dell’istruzione e del lavoro – oltre che per ripararne gli effetti.
Nel dicembre 2003 l’Istat ha diffuso un profilo della povertà e della esclusione nelle Regioni italiane che tiene conto non solo della povertà “oggettiva” (calcolata sulla spesa per consumi delle famiglie) ma anche della povertà “percepita” soggettivamente. A fronte dell’11% delle famiglie al di sotto delle linea di povertà relativa (anno 2002), solo l’8,7% si considerano realmente povere (2 milioni 944mila unità); in questo sottogruppo rientrano però solo 538mila famiglie che sono anche oggettivamente sotto la linea di povertà (2,4% del totale) e 1 milione e 407mila famiglie (6,3%) che si considerano povere anche se oggettivamente superano la soglia di povertà. Paradossalmente, circa il 78% delle famiglie oggettivamente povere (pari a 1 milione 918mila unità) dichiarano di non esserlo, a conferma della importanza che anche in questo campo hanno le percezioni, ma anche della loro problematica attendibilità. Nell’ambito delle valutazioni soggettive è decisamente preoccupante constatare che nel corso del 2002 il 3,6% delle famiglie (pari a 802 mila unità e a circa 2 milioni 330 mila persone) ha dichiarato di avere avuto “spesso” o “qualche volta” difficoltà ad acquistare beni alimentari di prima necessità. Le tipologie familiari che più delle altre hanno avuto difficoltà di vario genere sono le coppie con almeno 3 figli (19%), i nuclei monogenitore (15,4%), le persone sole anziane (13,9%) e le persone sole con meno di 65 anni (11,6%). La percentuale di famiglie con almeno una difficoltà è del 9,5% tra i non poveri, ma è più del doppio tra i poveri (23,3%).
Le cifre sono imponenti e confermano la necessità di potenziare e sostenere, tra l’altro, l’attività dei circa 6.500 enti non profit che – in base ai dati della Fondazione Banco Alimentare – hanno distribuito nel 2002-2003 viveri sufficienti al fabbisogno quotidiano di circa 1 milione di persone bisognose.
Per contrastare le molte cause della povertà e dell’esclusione sociale un ruolo prioritario spetta innegabilmente alle politiche pubbliche che debbono destinare le risorse economiche ed organizzative necessarie, ma debbono anche saper valorizzare – in una logica di sussidiarietà orizzontale – i molteplici protagonisti della solidarietà sociale che già da tempo operano nelle nostre città, creando le condizioni favorevoli per una maggiore mobilitazione di risorse economiche a favore del settore non profit, che già oggi rappresenta un pilastro della lotta all’esclusione sociale.
*Presidente della Commissione ministeriale di Indagine sull’Esclusione Sociale
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