Irak, ce ne occupiamo noi
Mentre i politici nostrani si interrogano sull’opportunità di prolungare la missione, in Irak la ricostruzione (per fortuna) non si ferma. Anzi il made in Italy è il marchio di garanzia dell’“eco-ricostruzione”. Pochi infatti sanno che il regime dittatoriale di Saddam Hussein non si è lasciato sfuggire l’occasione di prosciugare gran parte dei 20mila chilometri quadrati di acquitrini, marcite e canali che si trovavano tra il Tigri e l’Eufrate e che ospitavano il “popolo delle paludi”. Tutto ebbe inizio nel 1987 quando Saddam decise il prosciugamento delle acque. I primi a risentirne furono i canneti, poi il pesce che rappresentava la principale ricchezza di coloro (principalmente sciiti) che abitavano quella Regione. Oggi resta solo l’8% delle paludi originali circoscritte per lo più alle zone inquinate attorno al porto di Bassora.
La strategia portata avanti da Saddam fu estremamente feroce. All’inizio ci fu la guerra con l’Iran per il possesso del territorio, nelle paludi si nascondevano i renitenti alla leva nemici del Baath e il dittatore irakeno fece di tutto per scovarli. In seguito cominciò l’opera di prosciugamento. Venne scavata una fitta rete di canali, si incendiarono i canneti e venne vietata la produzione del riso. La pena consisteva in una anno di prigione e 200 dollari, una cifra impossibile per qualsiasi abitante delle paludi. Oltre 15mila persone vennero fatte sparire e circa 200mila civili furono costretti ad emigrare.
La caduta di Saddam, quindi, non rappresenta solo una speranza per la democrazia, ma anche una possibilità per dimenticare le sofferenze degli ultimi anni e tornare a vivere. L’acqua, infatti, sta lentamente tornando nei canali, e si spera che, nei prossimi anni, le popolazioni possano ricostruire le loro case nelle paludi e tornare a vivere di pesca o della vendita del bambù.
IL PROGETTO “NEW EDEN”
In questo processo di ripopolamento si inserisce l’azione del ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio che ha stanziato 2,5 milioni di euro per finanziare il progetto “New Eden”. “New Eden”, avviato in collaborazione con Irak Foundation (If), ha avuto inizio nel luglio 2003 e, nei prossimi mesi concluderà la prima fase di monitoraggio. Il progetto è un’integrazione dell’attività di recupero delle “marshes” avviata dal ministero delle Risorse idriche irakeno (Mowr).
Fino ad oggi sono state effettuate 7 visite nel sud del paese per ispezionare le aree che sono state inondate o dall’azione delle popolazioni locali o dal personale del ministero irakeno. A seguito della caduta della dittatura, infatti, si è fatta particolarmente insistente la richiesta di acqua da parte degli abitanti delle “marshland”. Questa attività di monitoraggio ha potuto constatare che, se in alcune zone l’attività di riattivazione sta procedendo molto bene, in altre il processo avviato stenta e non poco. Le cause principali sembrano essere il lungo periodo in cui l’area è stata secca e la presenza di acque stagnanti che non forniscono alla vegetazione un buon ambiente per svilupparsi.
La cosa che ha colpito maggiormente il personale tecnico, però, è stato l’incontro con le popolazioni locali per le quali la disponibilità di acqua potabile rappresenta una questione vitale. “New Eden” quindi non è solo una missione ambientale, ma una vera e propria occasione per migliorare la qualità di vita degli irakeni.
Al progetto collaborano, oltre a If e al ministero italiano, il governo provvisorio irakeno, i ministeri iracheni delle Risorse idriche e dei Lavori pubblici, le università di Baghdad, di Mustansariya e di Bassora, e i municipi di Bassora e Nassiriya oltre alle comunità locali.
Sulla base dei risultati raccolti in questa prima fase dell’attività il ministero dell’Ambiente ha concordato l’avvio di due progetti pilota.
MARSHES MADE IN ITALY
Il primo progetto è finalizzato al monitoraggio degli effetti che l’acqua ha avuto su una delle prime paludi allagate, quella di Abu Zarag Marsh. L’obiettivo è cercare di capire come è possibile creare buoni modelli idrodinamici partendo innanzitutto dall’analisi di come le acque interagiscono con il vento e come influenzano il movimento dei terreni poco profondi.
Il secondo progetto pilota intende fornire alle comunità del Sud del paese acqua potabile oltre ad una maggiore quantità di acqua per la riattivazione delle “marshes”. Attualmente, infatti, l’acqua viene deviata dal Tigri verso le paludi, ma una grande quantità di quest’acqua viene persa a causa della gestione inefficiente delle derivazioni.
Come ci spiega Corrado Clini, direttore generale del ministero dell’Ambiente, che nei prossimi giorni sarà a Baghdad per verificare le modalità di attuazione dei progetti: «Ci sono acquedotti che oggi perdono fino al 60-65% dell’acqua che trasportano. Se ad essi si aggiunge il problema delle paludi che sono state prosciugate e che rappresentavano una ricchezza inestimabile per il paese, è facile capire che il problema dell’acqua nel sud dell’Irak è tutt’altro che secondario». Ma il problema non riguarda solo l’acqua. «L’Irak – continua Clini – ha una grande disponibilità di risorse energetiche. Uno dei nostri obiettivi è quello di cercare di fornire tecnologie più pulite per l’estrazione del petrolio come, ad esempio, quelle che prevedono il recupero del gas. Per questo motivo il secondo progetto pilota che abbiamo intenzione di avviare, oltre alla fornitura di acqua, mira a contenere la dispersione del metano nell’ambiente. Un fatto che influisce notevolmente sul sistema energetico nazionale. Per questo il nostro gruppo di lavoro si è già accordato con il ministero delle Risorse idriche e con il ministero dei Lavori pubblici e delle Municipalità irakeni per studiare come meglio sfruttare l’energia, come fornire alle comunità acqua potabile e come dare maggiori quantità di acqua alle “marshes” visto che l’attuale flusso proveniente dal Tigri dovrebbe diminuire».
Per la realizzazione dei due progetti pilota il ministero ha già sottoscritto, nello scorso dicembre, due accordi con Irak Foundation e con i ministeri irakeni competenti. Inoltre, su invito del Dipartimento di Stato degli Usa e del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep), i progetti sono stati presentati nel corso di una conferenza a Ginevra durante la quale si è discusso delle modalità di assistenza per l’organizzazione del neonato ministero dell’Ambiente irakeno.
Ma il programma di “eco-ricostruzione” non si ferma qui. «L’obiettivo finale – continua Clini – è realizzare una missione ambientale permanente a Baghdad che lavori come apripista per le imprese italiane che vogliono lavorare in Irak. I nostri tecnici hanno un obiettivo che è quello di preparare la strada alle imprese italiane che potranno partecipare alla ricostruzione dell’Irak. La guerra, ma soprattutto gli oltre trent’anni di dittatura di Hussein ci hanno consegnato un paese provato, ma con una grandissima voglia di ripartire. Se le nostre imprese ci crederanno, l’Irak rappresenterà una grande possibilità di sviluppo. Nel frattempo, il prossimo 19 marzo, il ministero dell’Ambiente italiano ospiterà la riunione dei paesi donatori impegnati nei programmi di ricostruzione ambientale in Irak. Questa riunione (alla quale parteciperanno rappresentanti degli Usa, della Gran Bretagna, dell’Australia, del Canada, del Giappone, dell’Olanda, dell’Unep e del Governo irakeno) vuole essere un’occasione per far un punto della situazione. Ma anche un tentativo di coinvolgere le grandi banche mondiali di sviluppo in questi progetti così da incanalare il programma di “eco-ricostruzione” in una più ampia politica ambientale.
Questo nostro lavoro è in sintonia perfetta con la politica messa in atto dal nostro ministero. Per noi l’ambiente, ancor prima che preoccuparsi di come conservare la natura, è una possibilità di enorme sviluppo sociale ed economico. Per dimostrarlo credo che non ci sia miglior esempio di ciò che sta accadendo in Irak».
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