Lo stato che schiaccia i diritti
Federico Fubini, “Il pessimismo frena l’Italia. Il motore è la fiducia”. Corriere della Sera, 2 marzo.
Gli italiani «sono razionali: da anni sentono parlare di riforme che non arrivano. Le pensioni in primo luogo, ma non solo. è come se sentissero il peso di tanti tentativi falliti. Alla fine ai cittadini sembra che le coalizioni di partiti, con le loro divisioni, non offrano una chiara visione del futuro».
Ilvo Diamanti, “Una strana e ambigua voglia di Stato”. Repubblica, 29 febbraio.
«Insomma c’è un ritorno dello Stato nelle preferenze dei cittadini di conseguenza nelle strategie politiche… Tuttavia più che il desiderio di pubblico, questa tendenza trasuda sfiducia nei confronti del privato».
“L’ultimo dei falchi spiega come raddrizzare le gambe alla giustizia”. Il Foglio, 5 marzo.
«La magistratura che, nell’ordine costituzionale delle cose, avrebbe dovuto essere un contrappeso agli altri poteri dello Stato, è diventata invece un contropotere “che si oppone e propone, come forza politicamente organizzata”. Per ripristinare l’equilibrio perduto».
Maurizio Blondet, “Proprietà inviolabile. E la libertà?”
Avvenire, 5 marzo.
«è da vedere fino a quando la proprietà materiale “inviolabile” possa convivere con la violazione delle proprietà immateriali, di cui è fatta la dignità dell’uomo, e da cui il capitalismo stesso – se non vuol essere puro furto – e la sua legittimazione e, alla lunga, la sua vitalità».
Commento
Su una cosa tutti i media sono d’accordo: gli italiani hanno perso la fiducia in se stessi. Dopo gli scioperi, i crac di Cirio e Parmalat, le promesse incompiute dei partiti, i cittadini cominciano a sentirsi insicuri, a rischio. L’unica soluzione a questa “sfiducia nel privato” sembra quella di affidarsi alla tutela di una autorità super partes, che garantisca contro le ingiustizie: lo Stato; nello specifico, la magistratura, che sembra così destinata a fagocitare tutto, dalla politica alle banche, dall’industria casearia al campionato di calcio. Il giurista Paolo Grossi, nel suo recente libro Prima lezione di Diritto, scrive: «Il diritto non piove dall’alto, non si impone con forze coattive; è invece quasi una pretesa che viene dal basso, è il salvataggio d’una comunità che solo col diritto e nel diritto, solo diventando un ordinamento giuridico, sa di poter vincere la sua partita nella storia». Diamanti vorrebbe forse convincerci che lo Stato è l’unica fonte di quella sicurezza che tutti giustamente cercano? Blondet ci dice che in Cina fanno proprio così. Eppure la vita di un popolo non è garantita da un apparato poliziesco di sicurezza, ma dalla difesa di una libertà espressiva e associativa che permette a ciascuno di potersi rischiare personalmente. Questo parte dal riconoscimento che un bene, una positività c’è e che il compito dello Stato è quello di tutelarne la ricerca e la costruzione. Più che un controllo statale occorre un’educazione alla libertà personale.
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