Semi di libertà

Di Tuti Mario
19 Marzo 2004
Qual è la vera galera? Il carcere o questa società di divieti e paure? Dopo 30 anni “dentro” Mario Tuti racconta la sua prima settimana di “semilibertà” e avanza un dubbio: siamo proprio sicuri che “fuori” si sia liberi?

Uscire in semilibertà, per lavorare fuori durante il giorno e rientrare in carcere solo a dormire, mi ha dato una strana sensazione di spiazzamento, come se stessi vivendo contemporaneamente in due mondi, in due realtà tra loro simili e insieme estranee, come le immagini di uno specchio deformante… Queste due realtà, il carcere ed il mondo esterno, che solo in particolari e rari momenti si aprono l’una all’altra – quando ti arrestano, quando ti scarcerano, quando esci in permesso o in semilibertà, appunto – e che per il resto interagiscono tra loro solo come in un gioco di specchi, tra riflessioni e deformazioni, spesso mediate dalla televisione, che non consentono più di capire quale sia la realtà e quale l’immagine virtuale trasmessa dai media.
Ma forse proprio questa doppia visione, come da ubriachi, può far conoscere la verità. In vino veritas dicevano gli antichi. Uno sguardo con gli occhi velati di lacrime o di riso sulla realtà del carcere e/o la realtà esterna, talmente incomprensibili nei loro reciproci rapporti, così che anche parlandone con qualche vecchio compagno di prigionia, con cui a volte sono venti o trent’anni che di carcere in carcere dividiamo le scarse ore d’aria e di socialità, possiamo buttarla solo sul ridere e sull’assurdo, esortandoci a vicenda a goderci la galera, perché fuori deve essere ben dura…! O immaginandoci di essere su “Scherzi a parte” – magari già a fine pena ma tenuti ancora dentro giusto per farci uno scherzo televisivo, e noi furbi, che non ci caschiamo e ce ne siamo accorti, ma facciamo finta di niente perché ride bene chi ride ultimo…
E, per davvero, è ormai da anni che qui in carcere si è cominciato ad avvertire l’inquietante sensazione che fuori, le gioie, i piaceri, i godimenti – cui anelavamo spiandoli come dal buco della serratura – stiano diventando via via più problematici, e che questa vita postmoderna, globalizzata, mediatica, alienata, aspetti solo la nostra uscita per negarceli del tutto.
Ricordo che quando ero molto giovane il ventaglio dei piaceri che si apriva davanti ai miei occhi era immenso e carico di promesse. Ovviamente molti di quei piaceri ci erano vietati in carcere, ma questo rendeva ancora più favolosa e desiderabile la libertà. E c’era sempre, latente, la speranza in un futuro migliore che ci spingeva avanti approfittando di ogni opportunità di gioia che potevamo strappare al carcere e al regolamento.
In quell’epoca, alcuni decenni fa, andare a passeggio e prendere il sole per ore era un diversivo che ci consentiva di sfoggiare splendide abbronzature e di immaginarci in qualche esclusiva spiaggia tropicale: un’illusione di libertà che poi ci è stata sottratta quando nei giornali, in televisione, nei talk show si enfatizzò la paura che l’esposizione prolungata al sole causasse il cancro della pelle e l’invecchiamento precoce… Ora se vedi fuori uno abbronzato è facile che sia proprio uno che sta uscendo dal carcere dopo chissà quanti anni di galera, mentre quelli pallidi, malaticci, con la barba lunga sono quelli di fuori.
Come per la forma fisica: in carcere c’è sempre stata l’ossessione della ginnastica, la fatica e lo sforzo come sfogo e il tentativo di riprendere un minimo di controllo sul proprio corpo espropriato, ma ora con tutti questi palestrati frequentatori di beauty farm, gonfiati di estrogeno, amminoacidi, vitamine, finisci quasi col vergognarti…

Quanti divieti, fuori dalle sbarre
Mi ricordo anche che si sapeva che fumare era sì nocivo, ma non era né un pericolo imminente né fonte di divieti e discriminazioni, e soprattutto non c’erano quegli iettatori e vagamente minacciosi avvertimenti su tutti i pacchetti, tipo “Il fumo uccide lentamente”, cui rispondere magari sghignazzando “Io anche alla svelta!”. E consolandosi semmai con l’ergastolo, fumando, ruberemmo un po’ di anni alla condanna… E poi quando fanno appello alla tua buona coscienza avvertendoti che “Il fumo nuoce alle persone che ti circondano” verrebbe da replicare che anche quelli che mi circondarono una trentina di anni fa non ebbero grossi scrupoli a nuocermi, riempiendomi di pistolettate e portandomi in galera… E ci sarebbe davvero da mettere ancora mano alla pistola di fronte alle occhiate di disapprovazione o agli interventi petulanti del personale se al bar o in qualsiasi altro locale non te la senti di gettare via il sigaro che, magari spento, ti tiene compagnia…
Al tempo stesso sembrano anni remoti anche quelli in cui bere alcool – certe volte era proprio alcool puro distillato ingegnosamente in cella da frutta e patate – sino a perdere coscienza di sé, non era un attacco diretto al fegato o al cervello, bensì motivo di allegria spensierata e di una momentanea fuga dalla nostra condizione di prigionieri. Una fuga che praticavamo con più affettuosa frequenza di quei deferimenti per schiamazzi o altro al consiglio di disciplina del carcere, con conseguente soggiorno alle celle di punizione dove virtuosamente meditare in solitudine… Ed è successo anche di venir denunciati alla Guardia di Finanza per evasione dell’imposta sui distillati!
Ma è proprio per riuscire a reggere la realtà esterna, per sopportare le facce e le parole della televisione che i tavernelli erano e sono indispensabili. E meglio correre il rischio della cirrosi epatica che continuare a rodersi il fegato per questa gente che non ha fegato, né cuore o palle! Come i soliti antiproibizionisti che per spacciare meglio le loro teorie dicono che l’alcool è peggio delle droghe… Basterebbe venissero qui a vedere un po’ di questi poveri tossici, flippati, tristi, spenti, con le loro vite a perdere. Meglio il frutto della vite, che dà allegria, verità, illuminazione! Il sangue inebriante del dio, e il primo miracolo narrato nei Vangeli… Altro che questi pallidi e miscredenti astemi…
Un caso a parte era il piacere del cibo. In carcere il cibo non è che manchi, pur non essendo spesso né appetibile né abbondante: riuscire a renderlo mangiabile e farlo apparire come quello di casa è da sempre lo sport nazionale, nelle patrie galere. Devo dire che agli inizi della carcerazione non ho mai sentito nessuno parlare di colesterolo alto o acido urico in eccesso assaporando dei maccheroni avanzati fritti nell’olio con pezzetti di salsiccia o qualche altra geniale ricetta per riciclare la sbobba che ci passa il carcere. Ora invece quando ordini al ristorante un piatto di tortellini alla panna, un po’di rostinciana e qualche fetta di culatello e lardo di Colonnata ti guardano come se fossi un aspirante suicida, magari anche un kamikaze terrorista…

Ma cosa è diventato il sesso?
E poi il sesso: il desiderio, il ricordo, l’anelito, l’ossessione, di ogni prigioniero, di ogni notte, di ogni discorso. Ma ora la vita si è complicata ancora di più con l’Aids, e il sesso che di fatto è diventato un pericolo mortale con conseguente obbligo a monogamia e condomania, provocando un ulteriore carico di timori, sospetti e insicurezze. Per non parlare poi di queste forme di sesso libero e moderno: transessuali, linee erotiche, pedofilia, per cui da un lato ti chiedi che senso ha uscire per fare del sesso virtuale, dall’altro se le brevi e frenetiche ore di libertà ti consentono solo qualche incontro occasionale o mercenario finisce che devi anche chiedere la carta d’identità per non avere sorprese… Mentre un sorriso o una carezza ad un bimbo che ti ricorda tuo figlio di tanti anni fa ti possono portare ad accuse infami ed infamanti – e se si accorgono che sei un pregiudicato, un detenuto appena uscito, corri anche il rischio di essere linciato! E vagli poi a spiegare che in carcere, tra i detenuti a posto, queste perversioni non sono nemmeno pensabili…
A questo punto il ventaglio dei piaceri cui dedicarsi in semilibertà si è davvero ridotto: sigari, alcool, cibo, sole e sesso ingrossano la lista dei trastulli condizionati dalla paura e dal rischio di perdere la salute, la lucidità e persino la vita, con una quasi certezza che tutto quello che ci piaceva ora è meglio evitarlo, anche per evitare di essere considerati dei pericolosi ed irresponsabili asociali, quasi criminali appunto.
Campare si fa sempre più difficile e complicato – a proposito, e cosa dire del caffè e i suoi pericoli per il cuore, le arterie e il cervello…?
Con una lista nera sempre più lunga giorno dopo giorno, uno dei pochi piaceri che permette di continuare a sognare e desiderare è il viaggio. Per un condannato a stare per decenni tra le quattro mura di una cella viaggiare è sempre stato un mito, un sogno, la possibilità di sentirsi libero di ottenere – a volte in un colpo solo – tante cose irraggiungibili per i divieti, le limitazioni e le proibizioni dentro le quali abbiamo vissuto per tutti questi anni. Non che anche da carcerato a volte non si viaggi: le chiamano “traduzioni”, stretto dai ferri, chiuso in un gabbiotto metallico dove non ti puoi nemmeno muovere o gettare uno sguardo fuori, tra gli scossoni e il rumore del furgone blindato che ti trasporta da un carcere all’altro, oppure, peggio, quando alla catena ti espongono oscenamente alla curiosità degli altri viaggiatori…
E proprio il viaggio diviene nel gergo carcerario metafora di ogni momento di piacere e di libertà: ti fai un viaggio guardando la scena di un film o ascoltando una canzone, ti fai un viaggio gustandoti un bicchiere di vino o aspirando l’aroma di un sigaro, ti fai un viaggio nei sogni o nei ricordi… Ma ora anche viaggiare non è più un momento di avventura e di libertà: in macchina ti devi legare da solo con la cintura di sicurezza, e poi attento a non bere, attento a dove lasci l’auto per non trovare anche lei imprigionata da ganasce e blocchi; in aeroporto file di controlli e perquisizioni peggio che nella matricola del carcere, per non parlare poi dei treni…
Dopo la concessione della semilibertà, pregustavo già il viaggio a Tarquinia per iniziare il mio lavoro con la Comunità immaginandomi comodamente seduto in uno scompartimento di prima classe, fumando un Antico Toscano e lasciando correre lo sguardo e i ricordi lungo la campagna e il mare… Una sorta di viaggio iniziatico avvolto nella nebbia azzurrina del sigaro per ritrovare i luoghi della memoria, come una ricerca del tempo e degli anni perduti. Bene, tre giorni prima della mia uscita è entrato in vigore il divieto assoluto di fumare sui treni e per fortuna la giudice di sorveglianza aveva disposto che mi venisse a prendere qui a Livorno il mio tutore, perché da solo mi sarei fatto anche multare: e chi sapeva che ora il biglietto va fatto controllare – «obliterare», dicono – prima di salire in treno…?

La case sono diventate prigioni
Insomma c’è l’impressione di essere inesorabilmente condannati a vivere in un carcere globale, pieno di divieti, pericoli, sospetti e limitazioni della libertà di scegliere, di fare, di godere. Quando cadranno queste barriere? Credo che non accadrà mai: ogni giorno che passa alcool, sesso, sigari, sole, cibo, le strade e i viaggi diventano più pericolosi, complicati e meno consigliabili. E anche stare serenamente in casa la sera diviene una sorta di incubo tra porte blindate, vetri antisfondamento, inferriate da far invidia ad un supercarcere per chiudere fuori la paura degli altri, del mondo, di se stessi forse…
E se qualche anno fa si diceva che eravamo arrivati alla “fine della storia”, ora come ora, alla fine ormai di questa carcerazione, abbiamo assistito all’inesorabile fine dei piaceri che ci rallegravano la vita… E senza nient’altro che possa ancora permetterci di sfuggire agli incapacitanti limiti del carcere, della società, di noi stessi forse, sempre più prigionieri di condizionamenti, convenzioni, egoismi.
Ma basta poi che proprio prima di rientrare in carcere la sera ti ritrovi a parlare con uno dei ragazzi della Comunità, vedere nei suoi occhi la speranza e l’affetto che ancora vincono contro le devastazioni della droga, del carcere, dell’emarginazione, ed ecco che ti accorgi che tutto ha ancora un senso, che la realtà vera è questa, questo è il mondo nuovo dove vale davvero la pena di uscire in semilibertà – per provare a far crescere quei semi di libertà, di liberazione, di comunione, di vita!

Dalla Comunità di Mondo Nuovo, 6 marzo 2004

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