Tanti studenti si meritano questa università

Di Bono Anna
19 Marzo 2004
Riformare il sistema di istruzione italiano incontra numerosi ostacoli

Riformare il sistema di istruzione italiano incontra numerosi ostacoli, il meno considerato dei quali, forse, è rappresentato dalle aspettative reali dei suoi utenti o almeno di una considerevole parte di essi.
Molti studenti si iscrivono all’università non per imparare a svolgere una professione, ma per ottenere un titolo di studio con il minor impegno possibile: idealmente solo quello di pagare le tasse scolastiche e presentarsi agli appelli d’esame tutte le volte necessarie a strappare finalmente una sufficienza, se possibile senza frequentare e soprattutto senza studiare, soltanto memorizzando alcune nozioni. Studenti del genere sono in grado di sopportare qualunque cosa dai docenti: che arrivino tardi a lezione, che non si presentino negli orari di ricevimento, che impongano loro libri di testo pieni di errori, che rimandino la sessione di laurea e che abbassino la loro media finale dopo la discussione della tesi. Il direttore di un “master in peacekeeping”, per esempio, ha scritto un libricino nel quale si legge, tra l’altro che «l’opera del peacekeeper e del mediatore deve tener conto della dimensione etnicità che è alla base del conflitto etnico»: una considerazione praticamente lapalissiana seguita però, otto pagine dopo, dall’osservazione che «l’etnicità di per se stessa non è mai causa di conflitto». Nello stesso brevissimo testo scrive: «Lo scopo di tale formazione (quella impartita nei corsi di peacekeeping, nda) pertanto è quello di aiutare il peacekeeper a imparare come imparare da e nella nuova cultura»; e ancora: «L’azione sociale messa in atto dal peacekeeping finalizzata all’aggiustamento di tali situazioni e al soddisfacimento delle rimostranze ed alle insicurezze, in buona misura contribuisce ad alleviare la tensione tra i gruppi». Gli studenti non insorgono e non scendono in piazza per non comprare, leggere e portare all’esame un testo come questo. Allo stesso modo accettano senza protestare che l’attore Paolo Villaggio disserti in aula magna su “Le vere cause delle guerre mondiali” nell’ambito di un convegno sull’Unione Europea organizzato dalla facoltà di Scienze Umanistiche dell’università La Sapienza di Roma; o che i membri di Emergency di Gino Strada siano invitati dall’Università Roma Tre non per illustrare i problemi della chirurgia in situazioni estreme, ma per raccontare il vero Afghanistan.
Nessuna riforma universitaria può modificare le aspettative di chi si serve dell’università per disporre di un mero titolo di studio: caso mai è il mercato del lavoro, in un’economia sana, a fargli cambiare idea.
Però una riforma universitaria può estromettere utenti del genere: può abolire il valore legale del titolo di studio, impedire agli studenti di frequentare lo stesso corso e sostenere lo stesso esame all’infinito, imporre l’obbligo di frequenza alle lezioni, porre un termine al fuori corso e reintrodurre un limite di tempo trascorso il quale «senza sostenere neanche un esame» tutti gli esami superati in precedenza vengono invalidati. Può almeno provarci.

Anna Bono, Università di Torino

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