La donna che veglia sul guerriero ferito

Di Bottarelli Mauro
19 Marzo 2004
La faccia di Silvio Berlusconi mentre usciva, domenica scorsa, dall’abbazia di Pontida diceva più di mille bollettini medici

La faccia di Silvio Berlusconi mentre usciva, domenica scorsa, dall’abbazia di Pontida diceva più di mille bollettini medici: terreo, scosso, consapevole. Sì, soprattutto consapevole che Umberto Bossi sta male, a dispetto dei comprensibili messaggi tranquillizzanti che i dirigenti del Carroccio lanciano alla base.
Ho avuto modo di conoscere i tanti difetti di Umberto Bossi: rude, poco incline al dialogo, decisionista, a volte terribilmente scortese, sempre supponente di una presunta superiorità intellettuale e politica che non faceva nulla per nascondere. C’erano giorni in cui gli avresti tirato qualcosa in testa ma poi vedevi l’altro Bossi, quello che lasciava nell’armadio la divisa del condottiero e vestiva i panni dell’uomo che alla politica ha dato più di quanto ne abbia ricevuto. Già, perché non c’è diaria o benefit che possa ridarti il tempo, la vita.
A meno che non sia proprio la condivisione di un ideale quel tempo, quella vita e allora tutto torna. Umberto Bossi faceva più di 100 comizi l’anno, correva come un forsennato tracciando folli traiettorie automobilistiche sempre in compagnia del fidato autista Aurelio. Non si risparmiava mai, anche quando sapeva – come nella maggior parte dei casi – che avrebbe fatto duecento chilometri per parlare in un paesino di poche anime davanti a venti militanti: non importava, lui ne aveva bisogno. Aveva bisogno del contatto, quasi tuffarsi tra la sua gente fosse una sorta di ricarica a dispetto delle beghe romane, delle notti insonni, della Coca-Cola a colazione, dei litri di caffè, del sigaro sempre in bocca, dell’alimentazione ordinata come un magazzino dopo un tornado, delle incazzature che erano il suo Viagra naturale.
Per vedere il vero Bossi bisognava aspettare a tarda sera, a comizio finito, quando seduto a un tavolaccio di legno firmava autografi, parlava con i militanti, spronava alla lotta, rideva e scherzava. Ma era quando stava accanto ai bambini e ai ragazzi che l’Umberto trovava la serenità: credeva ciecamente nell’obbligo morale di un’educazione che tenesse conto dell’identità, vedeva nelle nuove generazioni il futuro e per questo si scapicollava per non mancare mai a un incontro alla scuola Bosina o a una premiazione dei tornei sportivi padani. Accanto a lui, sempre un passo indietro nelle foto ma sempre uno avanti nell’organizzazione di quegli eventi, la moglie Manuela, conosciuta agli albori di quella follia politica chiamata Lega Lombarda e rimastagli sempre accanto. Una donna forte, che vive con lucidità il dramma del marito e tiene con mano ferma la barra a dritta del movimento: è lei la garante, il pilastro, la presenza traslata del Senatur all’interno di un movimento che rischiava – da subito – il cannibalismo e l’autodistruzione. è per lei che nessuno si permetterà di porre all’ordine del giorno mutamenti di rotta o discussioni su chi debba premiare, dopodomani, la nuova Miss Padania: lei è l’altra metà del cielo di Umberto Bossi, lei è ciò che Bossi ora non può più essere, lei è dignità che diventa regola e ferma l’ineludibile inchiodandolo al muro crepato del dubbio. «Un condottiero muore in battaglia, non nel letto di vecchiaia», soleva dire il Senatur: ma se la battaglia coincide con quel letto, allora bisogna scendere a patti con se stessi e con quell’avvenimento strano e unico che è il Mistero. Torna presto, Senatur.
Mauro Bottarelli

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