Per amor di verità

Di Nicola Imberti
26 Marzo 2004
Amnesie, rimozioni e ricostruzioni di comodo. C’è continuità tra quel che Gianpaolo Pansa scrive nel “Sangue dei vinti” e quel che Ernesto Galli Della Loggia dice dei pacifisti del 20 marzo

La verità, questa sconosciuta. Roma, 17 marzo 2004, presentazione del libro di Giampaolo Pansa Il sangue dei vinti organizzata dal Centro Culturale di Roma; intorno al tavolo, oltre all’autore e a Renato Farina (per l’occasione padrone di casa), il professor Ernesto Galli Della Loggia. Ma che senso ha presentare un libro a cinque mesi dalla pubblicazione? Il senso sta forse nel titolo dell’incontro che, pensato qualche settimana fa, oggi, in maniera assolutamente casuale, fotografa perfettamente la situazione internazionale: una guerra che non finisce. La guerra a cui si fa riferimento, si sa, è quella narrata da Pansa nel suo libro. Quella “guerra civile” (i più la chiamano resistenza) che scoppiò in Italia dopo il 1945. Ma una guerra è anche quella che stiamo combattendo oggi contro il terrorismo e che, dopo gli attentati di Madrid, sembra purtroppo destinata a durare. Ma andiamo per ordine.
«In Italia – dice Galli Della Loggia – esiste un altissimo livello di rimozione». Ed è proprio per questo che Pansa si è deciso a scrivere il suo libro. «Sì, perché quando ero bambino, la mia mamma mi diceva sempre che, se dicevo le bugie, mi diventava la testa di legno». Nessun progetto particolare quindi, ma solo l’amore per la verità che, aggiunge il giornalista piemontese, «è l’unica cosa che mi tiene in piedi». «La verità – continua Pansa – nessuno voleva saperla allora come nessuno vuole saperla oggi». Chi si ricorda infatti di Guido Rossa, operaio e sindacalista comunista dell’Italsider assassinato dalle Brigate Rosse per aver denunciato un collega sostenitore dell’organizzazione terroristica? Come fece Marcello Guida, direttore del confino di Ventotene (che “ospitò” il gotha dell’opposizione al regime fascista), a diventare questore di Milano negli anni ’60?

I nostri morti, la vostra guerra
E allora ci sorge un dubbio. Se a nessuno interessa la verità sulla liberazione d’Italia o sugli anni di piombo perché dovrebbe interessare la verità su quanto è accaduto a partire dall’11 settembre 2001 in poi? Molto meglio marciare tenendo in mano un cartello con su scritto “I nostri morti, la vostra guerra”. Ma a noi questa “verità” ci sta stretta. «Questa cosa di appropriarsi dei morti mi sembra innanzitutto macabra» commenta Ernesto Galli Della Loggia. Il problema, semmai, rimane quello di stabilire innanzitutto chi ha iniziato. Questo mi sembra un utile esercizio che però viene sempre eluso. Si dimentica, infatti, che il giorno in cui è successo l’attentato delle Twin Towers gli americani non occupavano nessun territorio arabo e non esercitavano nessuna azione repressiva violenta di cui il terrorismo sarebbe una risposta. Allora, se il maggiore e più sanguinoso atto terroristico non è stato la risposta a qualcosa, come si fa a sostenere che ciò che è successo dopo lo sarebbe? Mi sembra che nessuno eserciti un po’ di discernimento critico. Sicuramente si può aggiungere che era infondata la speranza degli americani che, occupando l’Irak, si sarebbe trovata una soluzione a tutto. Io trovo che in tutta questa faccenda c’è una grande mancanza di capacità di stare ai fatti e invece una certa voglia di insistere sulle proprie ragioni, magari di un anno fa, che oggi non sono più valide. Il fatto di essere stati contro la guerra non implica niente circa il ritiro, oggi, di soldati che non stanno in Irak a fare la guerra ma a fare altro”.
Quindi si riaffaccia il difetto tutto italiano di amare le opinioni più dei fatti?
«Personalmente non credo che l’opinione pubblica francese, tedesca e spagnola siano da meno di quella italiana. Lo slogan “I nostri morti, la vostra guerra” è stato uno slogan che, se non mi sbaglio, ho visto per la prima volta in Spagna agitato polemicamente dai manifestanti socialisti contro il Partito Popolare. Una volta tanto gli italiani sono allineati a quella che mi sembra la reazione di una buona parte dell’opinione pubblica europea». Non c’è che dire, ha proprio ragione Romano Prodi quando dice che «l’Europa è la risposta che abbiamo dato alle sfide del nostro tempo».

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