I nostri soldi
Da Il libro grigio del sindacato, di Bianco, Piombini e Stagnaro, il Fenicottero, Bologna 2002:
«Le risorse complessive che entrano nelle casse dei sindacati ogni anno superano i 2mila miliardi di vecchie lire (al confronto il finanziamento pubblico dei partiti frutta loro 200 miliardi l’anno); hanno più di 20mila dipendenti, non sono tenuti a rispettare l’art. 18, né devono rendere conto di come spendono i soldi.
Se facessero conto sulle tessere non potrebbero nemmeno sostentarsi. Ma le loro entrate sono ingenti e garantite (…)
Le principali: finanziamenti pubblici ai patronati, contributi del ministero delle Finanze ai Caf, i distacchi (permessi, aspettative, ecc. ecc. con contributi previdenziali a carico dell’Inps), le ingentissime somme incassate per la formazione professionale gestite dalle ooss. Queste attività sono spesso a scopo di lucro, nonostante i sindacati siano protetti da condizioni di privilegio o di quasi monopolio. Inoltre incassano balzelli su ogni rinnovo di contratto collettivo, e anche un contributo sulla disoccupazione agricola.
Il referendum del 1995 aveva abolito la trattenuta automatica sugli stipendi, che frutta 1.200 miliardi l’anno, ma questo risultato è rimasto lettera morta, e la trattenuta i datori di lavoro la fanno ancora, versando i soldi direttamente ai sindacati, un servizio reso loro gratuitamente, per legge.
Da considerare inoltre il valore enorme degli immobili che facevano capo alle organizzazioni corporative del periodo fascista, “concessi” dallo Stato agli attuali sindacati con una legge del 1977.
Nelle istituzioni pubbliche c’è un esercito di sindacalisti.
Nella sola Pubblica Amministrazione, i distacchi sindacali, ovvero i lavoratori pagati che non entrano nemmeno in ufficio, già nel 1998 erano 80mila. Ad oggi ammontano a due milioni di giorni di aspettativa, 5mila anni di stipendi pagati a gente che non lavorava (dati presi da Il Sole 24 Ore)».
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