COSA IMITARE E COSA NO DELL’AMERICA

Di Giorgio Vittadini
08 Aprile 2004
Tra i paesi dell’Ocse, l’Italia è quello con le più marcate disuguaglianze tra una zona e l’altra del suo territorio.

Tra i paesi dell’Ocse, l’Italia è quello con le più marcate disuguaglianze tra una zona e l’altra del suo territorio. Sono minori le disuguaglianze di classe, ma superiori a tutti gli altri quelle tra una regione e l’altra. L’espansione economica che ci ha assicurato un posto tra i sette maggiori pil del mondo, non ci ha garantito uno sviluppo equilibrato secondo i criteri internazionali, come quello della Comunità economica europea. Malgrado i soldi spesi, nonostante gli stanziamenti e i piani, il mezzogiorno da noi è rimasta una zona di sottosviluppo.
Il fatto sorprendente è che questo squilibrio tra zone è superiore persino a quello degli Stati Uniti, dove invece è più marcata la differenza tra classi sociali.
Tuttavia l’italiano medio ha un livello di vita che appare superiore a quello dell’americano medio, all’abitante cioè del paese che superficialmente viene definito il più ricco del pianeta.
Storicamente in Italia, dal Medio Evo fino al periodo dei grandi movimenti cattolici, riformisti e operai, le persone si sono sempre arrangiate per dare risposte ai loro bisogni. Dove non è arrivato lo Stato ci è arrivato il popolo, la gente, con le sue iniziative. Tutto questo era dovuto alla stabilità della nostra società, dal punto di vista familiare, sociale, territoriale. Fatto che non esisteva negli Stati Uniti.
Ora il rischio di una instabilità sta arrivando anche in Italia per l’indebolimento dei rapporti familiari, associativi, delle comunità locali, delle parrocchie, dei movimenti di solidarietà sia cattolici che laici.
Un altro punto di forza italiano è stata la capacità individuale di inventiva e di sviluppo. La nostra abilità di ricostruire (si pensi all’ultimo Dopoguerra) è stata incredibile.
Ma oggi viviamo in un’epoca di passaggio, dove c’è ancora più bisogno di conoscenza e di ricerca per lo sviluppo. Il rischio che noi corriamo, nel sistema formativo, è quello di imitare il peggio dell’America (l’istruzione di base) e di non raggiungere la sua eccellenza nella ricerca. Con molta probabilità, bisogna ripensare allo sviluppo uscendo dal contingente, coniugandolo con un mondo globalizzato. In questa nuova dimensione, la necessità della formazione è decisiva. Se non si incrementa la ricerca, se non si selezionano per merito le risorse, se non si sostiene chi è più debole, si rischia di assomigliare nel peggio all’America e di perdere la capacità di iniziativa, tanto diffusa, che era una delle caratteristiche principali del nostro paese.

*Presidente Fondazione per la Sussidiarietà

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