Perduta la strada

Di Tempi
08 Aprile 2004
Da qualche anno ci eravamo abituati ai kamikaze indottrinati dal Corano

Francesco Alberti, “Mostafà, terrorista per disperazione, alcol e sconfitte, il martirio come sfida”, Corriere della Sera, 31 marzo.
«Una serie di fallimenti a ripetizione che sfociano nella depressione, nell’alcol, in una solitudine cercata quasi scientificamente. Ed è in quel vuoto esistenziale che prende corpo, attraverso chissà quali canali, fantasmi e suggestioni, quel grumo di rabbia impotenza e autocompassione che lo porta ad inventarsi terrorista: sterminatore di uomini nel nome di un Allah vissuto confusamente, patologicamente, ultimo alibi di un’esistenza senza più appigli».
Nicoletta Tiliacos, “I danni del nichilismo passivo”, Il Foglio, 25 marzo.
Giovanni Reale, intervistato, afferma: «è vero, l’uomo europeo è ammalato di nichilismo. Molti giovani non si fanno neanche più le domande che per secoli abbiamo considerato capitali: sulla nostra origine, sul nostro destino, sul senso della vita. Non se le fanno nemmeno per rispondersi in modo negativo: semplicemente, non interessano più. Un giovane mi ha addirittura confessato che negava l’esistenza della verità perché sarebbe troppo scomodo vivere, se ci fosse».
Francesca Floriani, “Teresa Strada: Gino, l’amore e la gelosia”, La Repubblica, 3 aprile.
«Questo è Emergency, una scommessa che sembrava impossibile. Non ci sono scommesse impossibili».
Davide Frattini, “Ci hanno strappato i figli. Un solo dolore, per arabe o ebree”, Corriere della Sera, 3 aprile.
«Dov’è la speranza? Se riesci a trovarla in questi volti fammela vedere. Neppure una nuova gravidanza può riempire quella voragine che è in ogni cellula del loro corpo».

COMMENTO
Da qualche anno ci eravamo abituati ai kamikaze indottrinati dal Corano, ai brigatisti che recitavano a memoria Mao. Adesso ci troviamo davanti a un’origine della violenza tanto imprevista, quanto paradossalmente più comune come possibilità. Mostafà, il kamikaze di Brescia, non era particolarmente credente. Era un “bravo ragazzo”, disilluso dall’Occidente e disperato per una vita che non andava. Teresa Strada dice di non credere in Dio, ma: «Credo negli uomini, che ognuno faccia la sua parte con onestà». Questo sentimento della vita stride con i fallimenti, con il dolore, che sembra inconsolabile, delle donne che nel conflitto palestinese hanno perso i propri figli.
Tanto è stimabile l’impeto di costruzione per il bene dimostrato da molti, quanto è evidente che esistono promesse che l’uomo non può mantenere. Ma nonostante questo noi abbiamo bisogno che davvero l’impossibile diventi possibile: che il dolore sia consolato; che l’amore sia vero; che ciò che si desidera si compia e duri. Perché oggi possiamo sperare: 2mila anni fa un uomo è morto e, contro ogni umana e possibile previsione, risorto. Buona Pasqua.

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