I demoni di Moqtada

Di Rodolfo Casadei
15 Aprile 2004
Dietro l’insurrezione degli estremisti sciiti in Irak c’è un progetto di destabilizzazione alimentato dai falchi iraniani e dall’ala stragista di Hezbollah libanese. Cose già viste nel 1983

Ma quale Vietnam del cavolo, Ted Kennedy ha sbagliato in pieno il paragone: quel che l’Irak rischia di diventare per gli Stati Uniti di G. W. Bush nelle prossime settimane è piuttosto un altro Libano. Nel paese dei cedri, dove avevano inviato un contingente militare insieme a francesi ed italiani come forze di peacekeeping dopo il ritiro dell’esercito israeliano nel 1982, gli americani si trovarono contro la fazione più pericolosa della locale comunità sciita, quella organizzata dall’Iran di Khomeini nel partito Hezbollah, e furono costretti ad evacuare le truppe dopo un attentato suicida – storicamente il primo del genere – che fece 241 vittime fra i marines nell’ottobre 1983. Oggi i 600 caduti in un anno di operazioni irakene non sono nemmeno lontanamente paragonabili ai 56mila subìti dagli Usa negli otto anni (1965-1973) della guerra in Vietnam, mentre invece l’insurrezione del cosiddetto “esercito del Mahdi” messo in piedi sin dal giugno di un anno fa da Moqtada Al Sadr mostra un inconfondibile sapore libanese che non dipende soltanto dalla composizione tutta sciita di quello che Joost Hiltermann, il direttore dell’International Crisis Group, ha definito «l’esercito dei diseredati». Il fatto è che dietro il giovane mullah c’è l’ala stragista di Hezbollah, quella capeggiata da Imad Mughniyeh, e ci sono le correnti iraniane più oltranziste. E come nella fase eroica di Hezbollah i successi (a suon di bombe e rapimenti di occidentali) del nuovo partito sponsorizzato da Teheran eclissarono Amal di Nabih Berri, la formazione che storicamente rappresentava gli sciiti libanesi, così ora il valore militare dimostrato sul campo dall’esercito del Mahdi (Kut, Najaf e Diwaniya “espugnate”) potrebbe spostare la lealtà politica degli sciiti irakeni dai partiti più tradizionali e pragmatici come Dawa e Sciri alla nascente formazione di Moqtada Al Sadr (che potrebbe anche decidere di “occupare” uno dei partiti già esistenti).
La realtà a cui gli Usa si trovano di fronte è che a Teheran e a Beirut, dopo un anno di prudenza e di riflessione sul da farsi, qualcuno ha deciso di mandare gambe all’aria il processo di transizione irakeno che gli americani hanno finalmente delineato. Il primo obiettivo è quello di far rinviare sine die il passaggio dei poteri dal governatore americano Paul Bremer ad un governo provvisorio tutto irakeno, l’obiettivo strategico è di trasformare Moqtada in un Hassan Nasrallah (il segretario libanese di Hezbollah) irakeno e gli sciiti, obiettivamente beneficiari dell’intervento Usa contro Saddam Hussein, in una comunità apertamente ostile agli americani e alla loro politica. Questa strategia passa attraverso un riavvicinamento degli sciiti con la componente sunnita del paese, cosa che, stante la storica ostilità ed il rapporto di dominio-subordinazione fra i due gruppi, non può avvenire se non sul campo di battaglia contro un nemico comune: a Baghdad e Ramadi sciiti e sunniti hanno effettivamente combattuto insieme contro le truppe americane, come ha riconosciuto il generale Ricardo Sanchez.
Come conferma anche l’intervista ad Hamid Al Bayati, alto esponente dello Sciri, nella pagina accanto, gli sciiti irakeni non ammettano facilmente questa realtà. La linea ufficiale dell’ayatollah Ali Al Sistani, la loro massima autorità religiosa, è che tutte le armi devono tacere e che le forze della coalizione stanno eccedendo nell’uso della forza. Nessuno è disposto a chiamare in causa le responsabilità di Teheran nell’ascesa di Moqtada Al Sadr, anzi: gli sciiti irakeni contano sugli iraniani proprio per richiamare il giovane mullah a più miti consigli. Effettivamente dalla città santa iraniana di Qom sono arrivati a Moqtada, su sollecitazione dei leader sciiti irakeni, una serie di messaggi da parte di esponenti moderati del clero iraniano, il più noto dei quali è l’ayatollah Hosseini Shirazi, che lo invitano a riununciare alla lotta armata e concludere un accordo con le forze della coalizione. Delegazioni irakene lo hanno invece raggiunto nel suo rifugio di Najaf per convincerlo che gli estremisti iraniani e quelli di Hezbollah non potranno mantenere le loro promesse di sostegno al suo fresco esercito di fronte ad una massiccia rappresaglia Usa.
Perché i falchi iraniani ed Hezbollah libanese hanno deciso di sfidare così risolutamente i progetti Usa in Irak, dopo che per un anno era sembrato possibile un accomodamento? Per quel che riguarda l’Iran si può immaginare un mercanteggiamento attorno alla questione dell’armamento atomico: all’indomani della partenza dell’ispettore dell’Onu Mohamed El Baradei da Teheran, l’Iran ha annunciato i suoi piani per l’inaugurazione di un nuovo reattore per la produzione di uranio arricchito nel giugno prossimo. La rinuncia a destabilizzare ulteriormente il già compromesso quadro irakeno potrebbe essere scambiata dalla repubblica islamica con concessioni da parte americana riguardo al programma atomico degli ayatollah. Per il momento tutto ciò che la rude politica dei falchi ha ottenuto è l’espulsione dell’ambasciatore iraniano a Baghdad, quell’Hassan Kazemi Qomi che ha trascorso la maggior parte del suo tempo a smentire l’arresto di individui iraniani in connessione ai molti attentati dei mesi scorsi o la presenza di agenti iraniani a fianco delle varie entità della “resistenza”.
Diverso il discorso per quanto riguarda Hezbollah libanese. Dopo il ritiro israeliano dal Libano meridionale ed il successo del negoziato che ha portato alla liberazione da parte di Israele di 430 prigionieri arabi nel gennaio scorso, Hezbollah non può più centrare tutta la sua ragione sociale sulla lotta ad Israele senza compromettere la sua credibilità all’interno del Libano. Deve perciò scegliere fra due ipotesi: diventare un partito con un programma interamente libanese, oppure tornare alle radici e agire come una forza rivoluzionaria internazionale. Mentre Nasrallah propende per la prima ipotesi, Mughniyeh, che è poi lo stesso uomo che ha diretto gli attentati del 1983, è deciso a trasformare Hezbollah in un attore internazionale capace di stringere alleanze con tutti i gruppi interessati a colpire gli interessi americani in Medio Oriente. Per fare questo sono stati creati rapporti con le realtà sunnite della regione. In gennaio una delegazione di Hezbollah ha incontrato al Cairo Muhammad Mahdi Akef, il nuovo leader dei Fratelli Musulmani, storica organizzazione islamista fuorilegge ma tollerata dal potere egiziano. In febbraio un’altra delegazione di Hezbollah ha incontrato nella regione sudanese del Kordofan gli esponenti della rete locale di Al Qaeda, concordando con loro la creazione di un comando unificato in Sudan, come pure di un team operativo, uno di supporto logistico e organizzativo e uno incaricato dell’addestramento. La collaborazione deve essersi realizzata molto rapidamente, se già il 31 marzo scorso le forze di sicurezza giordane hanno intercettato un commando misto di terroristi di Hezbollah ed Al Qaeda che volevano distruggere il Meridien Hotel di Amman con un camion carico di esplosivo, probabilmente parte di una più grossa operazione sospesa dopo questi arresti. Il commando intercettato proveniva dalla Siria.
La posta della partita irakena diventa ogni giorno più alta: o la transizione democratica avrà successo, oppure si realizzerà la più ampia saldatura di gruppi terroristi islamici che si ricordi.

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