Il Titanic di Prodi

Di Bottarelli Mauro
15 Aprile 2004
L’autorevole Economist silura il Professore e la sua gestione della Commissione Ue: vendetta? No, la prova che da Bruxelles fanno giungere solo le notizie che vogliono lorsignori. Lo strano caso di Tony O’Reilly

Nel suo ultimo numero l’autorevole settimanale Economist sferrava un pesante attacco contro Romano Prodi e la “Commissione che si disintegra” da lui presieduta. Dopo aver ricordato in un primo tempo al Professore che in base alla carica che ricopre «dovrebbe rappresentare l’Europa nel suo insieme invece di tenersi stretto il suo incarico e di godere del prestigio che gli conferisce mentre guida di fatto, anche se non di nome, l’opposizione italiana», il settimanale britannico tornava alla carica ricordando come, nonostante il mandato della Commissione scada solo il prossimo novembre, «tre commissari su venti se ne siano andati per tornare alla politica interna dei loro paesi e altri stiano pensando di fare altrettanto». Se poi a tutto questo uniamo la graziosa combinazione temporale che ha visto il direttore dell’Economist, Bill Emmott, premiato a Milano con il prestigioso riconoscimento “è giornalismo” proprio nel giorno in cui il suo giornale fustigava in stile “Passion” il povero Prodi, il quadro si fa farsesco. E pensare che l’assegno da quindicimila euro, tale è l’ammontare del premio, è stato consegnato a Emmott nientemeno che dal decano dell’anti berlusconismo militante, quell’Enzo Biagi che forse non aveva trovato il tempo di leggere l’editoriale dell’autorevole premiato. Fin qui incoerenze e polemiche di poco conto. Più interessante è invece la freccia avvelenata che l’Economist lanciava in chiusura di editoriale e che faceva il paio con la smentita giunta dal Fondo Monetario Internazionale riguardo il presunto sforamento italiano del tetto del 3% nel rapporto deficit/pil: per il settimanale, infatti, «ci sono segni, poi, che i maggiori paesi europei, particolarmente Gran Bretagna, Francia e Germania tengano la Commissione nel mirino. Lo scorso novembre quando Bruxelles ha cercato di punire Parigi e Berlino per i deficit di bilancio, i due paesi hanno raccolto sufficiente sostegno fra gli altri della zona euro da votare contro la Commissione». Ovvero, nonostante i fenomeni del disfattismo straparlino di direttori a tre che escludano l’Italia, la realtà europea vede Chirac e Schroeder costretti, per guai economici e strutturali, a chiedere aiuto al potente e interessato partner britannico, assolutamente al riparo da guai finanziari ma sempre ben disposto a minare l’eccessiva concentrazione di potere nelle mani di Bruxelles. Non sarà che questa Europa ce la raccontano come vogliono loro? Ricordate che qualche settimana fa avevamo denunciato il processo sommario cui Strasburgo stava sottoponendo l’informazione italiana, giudicata sotto il controllo assoluto di Silvio Berlusconi e a rischio di normalizzazione balcanica? Bene, il documento di condanna al riguardo è stato votato il 30 marzo scorso e nella sessione di lavori compresa tra il 19 e il 22 aprile sarà posto al vaglio dell’assise europea. Con due enormi censure da parte della grande stampa di regime: primo, la dura accusa mossa proprio dagli europarlamentari fustiga-Cavaliere nei confronti della Commissione, cioè di Prodi, per non aver intrapreso alcuna azione concreta per risolvere l’anomalia italiana in fatto di informazione. Secondo, ancor più grave, l’auto-assoluzione del paese presidente di turno, ovvero l’Irlanda filo-prodiana di Bertie Ahern, la quale ha dato mandato a un proprio organo di controllo – la Competition Authority – di valutare la seemingly dominant position del tycoon Tony O’Reilly, boss del gruppo Indipendent Newspaper che controlla, più o meno direttamente, il 70-80% del mercato dei giornali irlandesi. Risultato del controllo? Nonostante il suo ruolo monopolistico, il gruppo di O’Reilly «garantisce una sufficiente diversità editoriale nel panorama della stampa nazionale (irlandese, ndr)». Per i valenti censori, quindi va bene così: ma hanno mai visto, questi signori, una puntata del “Costanzo Show”, delle “Iene”, di “Zelig” oppure il “Tg5” (non parlando dei vari “Ballarò”, “Blob”, “Primo Piano” e “L’infedele”, visto che secondo Bruxelles, il Cavaliere controlla tutte e sette le Tv nazionali)? E il fatto che Enzo Biagi, dopo aver attaccato Silvio Berlusconi un giorno sì e l’altro pure dalle colonne di metà dei giornali italiani, pubblichi i suoi romanzi per la Mondadori non prefigura sufficiente editorial diversity?

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