In Irak più nazioni. Unite

Di Luigi Amicone
15 Aprile 2004
L’Italia non scappa ma vuole una nuova risoluzione Onu. Il contributo alla pace dei soldati e civili italiani chiede gratitudine e unità del paese. Intervista al ministro degli Esteri Franco Frattini

ortunatamente c’è meno ipocrisia alla Farnesina che nei banchi riscaldati da un’opposizione che si nasconde dietro il dito dell’Onu fingendo di non sapere che l’Onu c’è già a Baghdad, c’è già una risoluzione 1511 che affida il controllo della transizione alle Nazioni Unite, c’è già la data in cui il governatore americano Paul Bremer tornerà a Washington (30 giugno 2004), c’è già l’embrione di un autogoverno irakeno. Piccolo particolare: insieme a tutto ciò c’è il terrorismo, ci sono forze che vorrebbero sospingere l’Irak nella guerra civile, ci sono gli estremisti che non vogliono nessuna autodeterminazione del popolo irakeno, ci sono milizie armate ultraintegraliste che vorrebbero imporre il giogo islamista dopo che per vent’anni i cittadini di Baghdad sono stati massacrati dal giogo saddamita (quasi una famiglia su sette, ovvero il 6,6% dei cittadini di Baghdad, ovvero l’equivalente degli elettori di un partito medio-grande in Italia – dicono le ricerche di organismi internazionali indipendenti svolte nella capitale irakena – ha avuto almeno un parente vittima dei sicari dell’ex rais). Due sono le parole chiave che ci rimangono dalla lunga conversazione che il nostro ministro degli Esteri, Franco Frattini, ci ha gentilmente concesso ricevendoci alla Farnesina: moderazione e fermezza. Sono le due parole che spiegano il carattere della nostra missione in Irak. Dove, come si vede in questi giorni, l’Italia paga a caro prezzo il suo impegno per la pace e la ricostruzione di una società distrutta da un ventennio di guerre sanguinose e di feroce dittatura.
Signor ministro, è chiaro che di qui ai prossimi mesi le forze che non vogliono un Irak in condizioni di vita normali, pacificate, civili e democratiche, faranno di tutto per destabilizzare il paese e imporre la legge del caos. Dunque è prevedibile che il contingente italiano resti nel mirino del terrore e sia fatto oggetto di nuovi attacchi. Avete valutato bene il rischio crescente a cui sono esposte le nostre truppe a Nassiriya?
Sì, e la nostra valutazione è che oggi più che in passato la presenza italiana è un sostegno decisivo per il popolo irakeno e i cittadini di Nassiriya per mantenere quelle condizioni minime di ordine pubblico, di sicurezza, di erogazione dei servizi civili quotidiani che sono indispensabili se vogliamo restituire agli irakeni il governo del proprio paese. L’obiettivo è la costituzione di un governo provvisorio irakeno ed è chiaro che noi in questo periodo dobbiamo accompagnare questa transizione con una presenza che è l’unico ostacolo ad una guerra civile altrimenti sicura.

Qual è, diciamo così, il “metodo di lavoro” dei nostri militari e del nostro governatore a Nassiriya?
Noi abbiamo lavorato e lavoriamo con un doppio metodo. Anzitutto quello del dialogo. Tutti debbono dare atto ai nostri comandanti militari e alla dottoressa Barbara Contini di avere svolto azioni decisive per evitare il peggio: mantenere le condizioni minime di sicurezza per tutta la popolazione, liberare i ponti dove la gente non poteva più circolare, convincere i più estremisti a ritirarsi. Queste sono tutte azioni che abbiamo fatto e facciamo dialogando, negoziando, parlando con i gruppi politici e religiosi presenti sul terreno. D’altra parte non possiamo non rinunciare al metodo della fermezza assoluta nei confronti dei violenti, che sono una piccola parte della popolazione, una minoranza che vorrebbe imporsi con la violenza.

In Italia c’è chi chiede l’immediata sostituzione del contingente militare alleato con truppe Onu. Voi dite che è irrealistico. Perché?
Perché basta un minimo di buon senso per capire che l’Onu ha già un ruolo politico e diplomatico – e la risoluzione 1511 è lì a ricordarcelo – ma nello stesso tempo, come ha ammesso anche Kofi Annan, oggi non ci sono le condizioni per cui l’Onu possa intervenire sul piano militare per garantire una reale protezione della popolazione. D’altronde, lo stesso capo irakeno di Al Qaeda, in un proclama, ha di recente rivendicato con orgoglio tutti gli attentati compiuti in Irak, compreso l’uccisione di De Mello e dei suoi collaboratori, compreso l’attentato alla Croce Rossa. Questo vuol dire che sarebbe assolutamente ipocrita, piratesco e illusorio pensare che un ritiro della coalizione possa favorire la pacificazione dell’Irak. Al contrario, sarebbe la vittoria dei terroristi e la consegna del popolo irakeno ai terroristi. Certo, noi, come comunità internazionale e come Italia in particolare, lavoriamo perché ci sia una nuova risoluzione Onu e perché il Consiglio di sicurezza accompagni il futuro governo che si formerà dopo il 30 giugno.

A cosa dovrebbe mirare la nuova risoluzione Onu auspicata dall’Italia?
Ad accompagnare l’Irak alle elezioni previste per il 2005. In questo periodo il Consiglio di sicurezza è bene che dia una legittimazione formale ad un nuovo governo transitorio. Io stesso, subito dopo Pasqua, mi recherò negli Stati Uniti dove avrò incontri per promuovere un consenso intorno a questa nuova risoluzione. è chiaro che non sarà una risoluzione dell’Onu a far cessare magicamente le violenze. è chiaro che dobbiamo lavorare perché già l’attuale governo irakeno si radichi ed estenda il suo controllo sul territorio, in modo che, così come i servizi, l’esercito, la polizia, anche le amministrazioni pubbliche comincino a funzionare con efficacia. Certamente l’Onu ci aiuterebbe a ripristinare i ministeri, a far funzionare gli ospedali e tutto ciò di cui può diventare protagonista, in termini di ricostruzione umana e sociale, una componente civile, di cooperazione, oggi purtroppo messa in secondo piano rispetto a quella militare per evidenti problemi di ordine e di sicurezza.

In sintesi cosa auspica per l’Irak nei prossimi mesi?
Nel breve periodo vedo un lavoro di mantenimento dell’ordine e della sicurezza, nel medio vedo un governo irakeno coperto da una nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza e, accanto a questo governo legittimato dall’Onu, una presenza militare che continui a garantire la sicurezza via via che la polizia e l’esercito irakeno riprenderanno il controllo del territorio. Nel contempo prevediamo la crescita della componente civile di cooperazione e di aiuto internazionale.

Sotto il profilo civile e umanitario com’è presente oggi l’Italia in Irak?
Stiamo già facendo molto nel campo della cooperazione artistica, archeologica, ambientale e vi sono significative presenze anche sul piano umanitario, nel campo della ricostruzione di scuole e strutture educative, servizi pubblici, acquedotti e rete elettrica. Gli italiani stanno già facendo molto, ma è chiaro che più il governo irakeno che nascerà controllerà il territorio, più la componente civile della nostra cooperazione dovrà aumentare.

A proposito delle elezioni previste per il 2005. C’è già una data precisa?
L’auspicio è che possano tenersi nella primavera del 2005. Non sottovalutiamo i problemi e gli imprevisti, ma se riusciremo a far rispettare l’appuntamento elettorale – e l’Italia farà di tutto per realizzare questo obbiettivo – l’Irak sarà passato da una dittatura ad un governo legittimato dal popolo in soli due anni. Mentre in Afghanistan ce ne sono voluti quasi quattro e ancora oggi il governo Karzai non ha il pieno controllo di tutto il territorio.

Ds e i settori più moderati dell’opposizione esigono una “svolta radicale” nella nostra presenza in Irak. Il governo cosa risponde?
Risponde che non si dovrebbe ricorrere a banalità propagandistiche e a slogan demagogici. Dire che «occorre una svolta radicale» non significa niente. Nel caso dell’Irak stiamo parlando di un processo di transizione politica, economica e sociale che non può essere realizzato in poche settimane. è un fatto di un’evidenza così elementare che basta il buon senso per capirlo. Certo, se si vuole utilizzare l’Irak in chiave propagandistica elettorale è un’altra storia. Ma questo non è il nostro lavoro.

Da quanto lei stesso ha riferito settimana scorsa, parrebbe che l’Italia conservi buone relazioni con i paesi islamici della regione. Quali di questi paesi sostengono, o comunque non ostacolano, la nostra missione in Irak?
Con l’Iran, ad esempio, manteniamo ottime relazioni, tant’è che a più riprese in queste ultime settimane ho avuto stretti contatti con il mio omologo di Teheran. Ci hanno garantito il loro impegno a favorire atteggiamenti di moderazione da parte della componente sciita in Irak. Da questo punto di vista mi sembra che il ruolo pacificatore assunto dall’ ayatollah Al Sistani ne sia una conferma. D’altra parte il fatto che continuiamo ad avere un dialogo molto buono con la componente sciita di Nassiriya, non ci fa dubitare della buona fede dei nostri interlocutori.

Può dire la stessa cosa dei rapporti Italia-Siria?
Probabilmente noi siamo visti dai siriani come il loro migliore avvocato europeo. E questo perché durante la presidenza della Ue noi siamo arrivati a concludere il testo di un accordo di associazione della Siria all’Europa che Damasco attendeva da almeno 15 anni. Questo i siriani lo sanno bene. Tant’è che il ministro degli Esteri Shara ci ha fatto sapere che nella sua prossima missione ufficiale in Europa comincerà da Roma il viaggio che lo porterà poi a Parigi e a Berlino. E i siriani ci ascoltano quando diciamo loro con grande franchezza che chiediamo un contributo in termini di lotta al terrorismo un po’ più energico rispetto al passato.

Più in generale, qual è lo stato delle relazioni tra l’Italia e i paesi della Lega araba?
Giordania, Egitto, Marocco e Tunisia… Sicuramente questi sono solo alcuni dei paesi che comprendono e desiderano superare la difficoltà che mi è stata lucidamente spiegata dal segretario della Lega araba, e cioé che il mondo che vi partecipa è un mondo profondamente diviso al suo interno. E la crisi che ha impedito il recente vertice di Tunisi lo dimostra. Non sono riusciti ad arrivare neppure ad un’agenda condivisa e di conseguenza hanno dovuto rinviare il vertice. Apprezzo molto che la Lega araba discuta con trasparenza di queste sue difficoltà. Detto questo, c’è la consapevolezza che solo il dialogo tra civiltà e mondi diversi può portare soluzioni.

E veniamo al conflitto israelo-palestinese. Come si sta muovendo l’Italia per favorire la ripresa dei negoziati di pace?
Noi abbiamo un ruolo. Siamo considerati come possibili interlocutori sia dagli israeliani, sia dai palestinesi. Questo ci pone in una posizione speciale rispetto agli Usa e anche rispetto alla stessa Europa. Rispetto agli Usa che vengono considerati interlocutori privilegiati di Israele. E rispetto all’Europa che viene vista dai palestinesi come un interlocutore più affidabile. La nostra presidenza europea ha dimostrato che si può essere profondamente europei, ma anche bilanciati. Noi abbiamo dato segnali durissimi al terrorismo di Hamas e siamo stati chiari nel condannare il tracciato del muro israeliano; sosteniamo un piano Marshall per i palestinesi, ma nello stesso tempo esigiamo anche una lotta senza quartiere all’antisemitismo e all’odio antiebraico. Questi segnali ci hanno messo nella posizione di essere rispettati e ascoltati. I due ministri degli Esteri, israeliano e palestiense, in sei mesi si sono incontrati solo due volte e solamente a Roma durante la presidenza Ue dell’Italia.

Oltre all’attività di mediazione diplomatica, cosa fa in concreto l’Italia per migliorare la condizione di vita dei palestinesi?
In concreto noi siamo stati chiamati a partecipare a quella task force che sta contribuendo alla riforma dell’Autorità nazionale palestinese. E poi diamo un contributo di ordine economico al nation building, abbiamo stanziato molti fondi per la prima fase di ricostruzione economica della Palestina.

Sapendo con certezza che questi fondi poi arriveranno a destinazione, e non, come succede con certi sussidi europei, che finiscono a finanziare i terroristi, vero ministro?
Vero. Abbiamo espressamente chiesto il monitoraggio sui fondi italiani che abbiamo messo nelle mani del ministro delle Finanze Fayad, persona di cui noi ci fidiamo. Poi, oltre ai sostegni economici diamo anche un contributo politico…

Per esempio?
Per esempio il primo ministro Sharon mi ha promesso che prima dell’attuazione del ritiro unilaterale da Gaza, Israele manderà a Roma – e solo a Roma oltre che negli Usa – una delegazione guidata dal capo del suo staff per illustrare i particolari del piano di ritiro chiedendoci esplicitamente di essere noi italiani a riferire nel Consiglio dei ministri europei questo programma, riconoscendo all’Italia una specificità come interlocutore privilegiato. L’illustrazione agli Usa avverrà questa settimana. Immagino che la delegazione israeliana sarà in Italia tra il 20 e il 30 di aprile.

E veniamo all’Europa e alla controversa questione della Costituzione: Romano Prodi è convinto che si firmerà alla fine di giugno, la Gran Bretagna mi pare un po’ meno. Il governo italiano cosa pensa in proposito?
L’impegno forte e convinto dell’Italia è per arrivare ad un accordo di alto profilo.
L’atteggiamento è di una concorde volontà politica affinché dopo le elezioni europee, quindi tra il 17 e il 30 giugno, si possa concludere un accordo politico sulla Costituzione. Non parlerei di firma perché la firma formale richiede qualche mese di preparazione dei testi. Da parte nostra c’è però una grande preoccupazione.

Ce la può dettagliare?
Anzitutto c’è il rischio di giungere a un accordo di basso profilo.
Il che, trattandosi di una Costituzione, depotenzierebbe l’effetto integrazione specialmente oggi che l’Europa si è allargata a 25 paesi. Le faccio due esempi. Primo: noi dobbiamo trovare meccanismi di voto che permettano di prendere le decisioni e non di bloccarle. Dobbiamo far sì che su alcune grandi materie non si voti più all’unanimità come adesso, ma a maggioranza, altrimenti il veto di un paese può bloccare tutto. E poi ci sono principi basilari, come l’inserimento nella Costituzione di un chiaro riferimento alle radici cristiane dell’Europa, per cui l’Italia si è sempre battuta. Noi crediamo che una Costituzione che non richiami nel suo preambolo il cristianesimo, che non è un riferimento politico, ma un dato fattuale, storico, millenario dei popoli d’Europa, la priverebbe di un’anima. Noi abbiamo detto che l’Europa sarà Europa di Stati e di popoli. Gli Stati hanno un valore che è la laicità, ma i popoli hanno una radice che è la cristianità.

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