Il cartoon di Gesù che piace a Jesus

Di Emanuele Boffi
15 Aprile 2004
Troppo sangue, troppo dolore nella “Passione” di Gibson: girotondo attorno a ipocrisie d’accatto e teologia engagé

a carne, che schifo. Un Dio che soffre, che ripugno. Un regista che chiede agli attori di partecipare alla Messa prima delle riprese, che stronzo. Attori ebrei, atei, gnostici, cattolici così così, starlette e mezzemignotte in carriera, comparse, figuranti e poveri cristi in cerca di lavoro che sono stati colpiti dalla fede del regista, che trogloditi. Ma cos’è quest’astio per il Cristo umano troppo umano di Gibson? Ma cos’è questo rigurgito vegetariano per le cicatrici nella carne, questa bulimia intellettuale per il sangue che cola dall’angolo della bocca, questo scandalo perbenista per il chiodo che trafigge il palmo? Come credete che sia andata? Pensate che siano stati attenti a crocifiggerLo senza farGli male? «Splatter glielo dicano alle loro sorelle», ha scritto Pietrangelo Buttafuoco sul Foglio, «i potenti radical che saranno finalmente felici vedendo nel prossimo film di Pedro Almodovar i preti che s’inchiappettano i ragazzini (ottimo esempio di Chiesa dialogante)».

La carne, che schifo. Un Dio che soffre, che affare. E adesso che Gibson ha annunciato l’intenzione di girare un film sui Maccabei perché la loro storia «è come un western», già è squillato l’allarme. E Abraham Foxman, direttore della Lega Anti – Diffamazione che ha lanciato la campagna contro “The Passion”, c’è cascato di nuovo: «La mia risposta è “Grazie, ma no grazie”: l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è trasformare la storia degli ebrei in un western». Ma Foxman è inconsapevolmente stato il miglior promoter di “The Passion”. La sua campagna è stato il trailer più riuscito. Aveva ragione Gilbert Rosenthal, direttore del National Council of Synagogues, «abbiamo fatto il gioco di Gibson, e sono milioni di dollari di pubblicità gratis». E aveva torto Gibson quando, scherzando durante la conferenza stampa di presentazione del film a Cinecittà, pronosticava «un film buono per l’anima ma non per il portafoglio. Nessuno vuole distribuire un film girato in due lingue morte. Tutti pensano che io sia pazzo. Ma forse sono un genio». Diceva queste cose quando il film era ancora il progetto di uno che aveva fatto i soldi con qualche commediola brillante e qualche “Braveheart” riuscito. Ma questo quando il film era solo un film. Oggi “The Passion” è di più, e pare che non si possa più parlarne se non si citano almeno i quattro Vangeli (facoltativi finora gli apocrifi), le accuse di antisemitismo, il papà di Gibson che è sedevacatinsta, Pasolini, Ravasi e Messori. Aldilà delle opinioni ci rimangono i numeri. Incassi record in tutto il mondo (in Italia nella sua prima giornata di proiezione mercoledì 7 aprile, ben 1.218.000 euro. E negli Usa alla prima ha incassato 20 milioni di dollari). Mel ringrazia.

La carne, che schifo. Un Dio che soffre, com’è porno. Ma non vi accorgete che è tutta un’operazione commerciale? Vendono i chiodi fuori dal cinema, James Cavieziel che nei panni di Gesù benedice i bambini durante le riprese, il texano che dopo aver visto il film confessa di aver ucciso la fidanzata, il neonazista dinamitardo norvegese che si costituisce dopo dieci anni. Ma non vi accorgete che è tutta una messa in scena hollywoodiana? Convertitevi e credete a Furio Colombo che ha scritto che «secondo la migliore tradizione pornografica qui il Cristo non è che un corpo incatenato da torturare con tutto il sadismo possibile» (L’Unità, 30.03.04, “Che i bambini non vadano a Gibson”). Lasciare che i bambini vadano a lui e non a Lui? Così che ce li ritroveremo tutti belli pitturati d’arcobaleno e con le manine pulite? No, grazie. Viva quei bambini che faranno la fine di Disma il ladrone.

La carne, che schifo. Un Dio che soffre e che ci fa soffrire. Noi preferiamo allora il senso comune di Massimo Gramellini, uno che nel suo blog su lastampa.it del 12 marzo pubblica una lettera di un lettore che fa così: «Dio è colpevole delle soffertenze umane perché essendo divino, quindi onniscente, quindi al corrente anche del futuro dell’essere creato, conosceva perfettamente le sofferenze a cui lo mandava incontro. Ecco perché Dio è colpevole». Cui il corsivista risponde così: «E se la sofferenza fosse una delle prove che tutti (ognuno con modalità diverse) dobbiamo superare in questa vita? Non pretendo di spiegare il dolore, ma questa mi sembra l’unica strada per non precipitare nel cinismo».

La carne, che schifo. Un Dio che soffre, che bell’allegato. Caricano i vegetariani spiritualisti di Famiglia Cristiana con una promozione che è tutta una redenzione, un repulisti dell’anima macchiata da questo Gesù troppo Gesù: «La passione di Cristo. Non quella di Mel Gibson» è lo slogan. Segue omelia in sommarietto che è tutto un girar di turiboli: «La Passione e Resurrezione di Gesù Cristo. Per incontrarle davvero, non basta entrare in una sala cinematografica. Occorre tornare al messaggio originale dei Vangeli e comprenderlo nel suo significato profondo. Per questo Famiglia Cristiana questa settimana vi offre un regalo straordinario I Vangeli della passione: il libro del noto biblista Gianfranco Ravasi. Le inevitabili domande e le vere risposte sul più importante evento della storia della cristianità». Un evento da non perdere anche perché coi soldi che risparmiate al cinema potete acquistare l’altro allegato al settimanale dei paolini: «Tradizioni e sapori d’Italia, la seconda guida: Piemonte, Liguria, Valle d’Aosta a soli 4 euro in più». La quaresima è finità, andate e rifocillatevi.
La carne, che schifo. Un Dio che soffre, che ridere. Ecco Jesus il “mensile di cultura e attualità religiosa”, quello che nello scorso dicembre ha festeggiato 25 anni di cattolicesimo progressivamente corretto e che oggi mette in copertina un Gesù col piercing e il titolo “Il film di Mel Gibson. Non è Vangelo”. Dovevano ricordarcelo loro, quelli che 25 anni fa esordirono con in copertina un Gesù in giacca bianca e cravatta. Si sa, a loro il Salvatore piace hippy e superstar e il Venerdì Santo preferirebbero andare a vedere “Brian di Nazareth” che quelli di Monty Python hanno opportunamente rimesso in circolazione nelle sale 25 anni dopo per «fornire un antidoto all’isteria che si è creata intorno al film di Mel Gibson».

La carne, che schifo. Un Dio che soffre, che indecenza. Dice Jesus nell’editoriale a proposito della pellicola: «Un’orgia di sangue, di ferite purulente, di orbite disfatte, di denti e gengive massacrati». E poi ancora: «Non è da cristiani immaginarsi un Dio che esige con crudeltà l’uccisione del suo Figlio». No, non si può peccare di immaginazione perché «manca la dimensione interiore, spirituale; prevale un senso di disperazione e, fin’anche, di disprezzo per l’umanità». Ti spiegano tutto i paolini e per spiegarti tutto si fanno iconoclasti. Annota Ferruccio Parazzoli, scrittore che si è «improvvisamente sorpreso a rifiutare qualunque intervento in cui comparisse la figura del Cristo. Non solo scriverne, ma neppure parlarne… Fino all’estrema convinzione e decisione, per quanto mi riguarda, che non si possono e, soprattutto, non si devono non soltanto scrivere “Vite di Gesù”…, ma neppure farne oggetto di raffigurazioni plastiche o pittoriche» (per la cronaca Palazzoli è autore di una “Vita di Gesù”). Quindi «un no, deciso, al Cristo trasposto nell’arte», perché «fare del Cristo un soggetto di arte, cioè comunque di finzione interpretativa, questo, e solo questo, mi risulta sempre più insopportabile». Duemila anni di arte cristiana butta così, plasticamente, nel cesso.

La carne, che schifo. Un Dio che soffre, che inconsistenza. Per fortuna c’è chi conosce il Medio Evo e la caratterista di quell’era che non aveva paura a raffigurare diavoli e mostri sulle guglie delle chiese e che non temeva di far assaporare il cristianesimo anche attraverso i suoi odori, le puzze e le brutture tipiche della condizione umana. E così ci viene in soccorso l’illuminato Franco Cardini, uno che si presenta come cattolico con «un atteggiamento distinto in quattro livelli» (credente, storico, medievista, “pover’uomo”). S’illumina d’incenso nel nome della rosa il nostro e sostiene che nei Vangeli «mi sforzo di vedere la traccia del Cristo. Ma, come storico, debbo confessare che in ciò tutto è scommessa e niente è certo. Le stesse prove strettamente e propriamente storiche dell’esistenza di Gesù di Nazareth sono labili e si può dire inconsistenti». A Cardini sarà di consolazione sapere che Gibson in quella conferenza stampa a Cinecittà dichiarò: «Per fortuna non sono Dio, altrimenti sarebbero guai». A un Dies Irae è scampato, adesso gli manca l’altro. Auguri.

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