Quattrocchi. O dell’Occidente
L’assassinio di Fabrizio Quattrocchi rientrava tra le ipotesi prevedibili; il modo, le parole con cui ha accettato la propria morte non lo erano. Fabrizio ha compreso quello che i suoi assassini pensavano di lui: che avesse solo ragioni per vivere, non anche ragioni per morire. La sfida del terrorismo islamico sta nella convinzione che l’Islam può motivare la morte: l’Occidente, mera realtà economica, non può motivare che la vita. La scelta del terrorismo islamico non è casuale, anche se il terrorismo suicida non ha fondamento nella storia musulmana. è dovuta all’intuizione di riusare, in modo nuovo, l’arma originaria dell’Islam: quella di motivare con l’eternità la morte in battaglia.
Ciò che trasformò, nel settimo secolo, gli arabi da razziatori di carovane ad armata mediterranea fu la sicurezza che la morte in battaglia era l’inizio della vita eterna. Fu uno sconvolgimento singolare del concetto cristiano di martirio: la cultura islamica è ad un tempo un’interpretazione ed una sovversione del Cristianesimo. La grande invenzione di Maometto fu quella di congiungere la morte con la volontà di potenza, mentre il Cristianesimo la congiungeva con l’abbandono del mondo. La morte in Islam diventava una diretta prova di forza, mentre la morte martiriale cristiana è un atto di remissione alla volontà divina e quindi, mondanamente, un atto di debolezza.
Le ultime parole di Fabrizio Quattrocchi indicano l’accettazione della sua morte in nome di un’identità che va oltre la vita: quella dei valori in cui si crede. Egli non ha fatto appello alla fede cristiana perché non era quella a cui miravano i suoi assassini. La cultura islamica pensa che l’Occidente scristianizzato sia divenuto, per questo, una società che esiste solo per produrre e consumare, un mondo così demotivato del senso della vita da potere essere facilmente vinto da chi, avendo il senso della vita, ha anche il senso della morte. La scristianizzazione dell’Occidente è, per la cultura islamica, la prova che l’Occidente è ormai un mondo senza Dio: per la cultura islamica, ciò significa un mondo senza realtà.
Fabrizio Quattrocchi deve aver appreso nella sua esperienza irachena qualcosa dei suoi avversari, del sentimento di ostilità che doveva affrontare e delle sue motivazioni. Ha rifiutato di morire secondo l’idea che i suoi carnefici si facevano di lui e ha voluto fare propria la propria morte. E sulle sue labbra è risuonato il nome dell’“umile Italia” (come Dante la chiama), l’Italia tante volte umiliata al punto che il suo popolo ha perso il coraggio di nominarla. Egli non era sotto le armi, ma ciò non toglieva che egli sentisse un’appartenenza civile e umana, che dava qualità alla sua vita e alla sua professione.
Da quando i drammi della guerra civile hanno diviso l’Italia anche nella morte, l’Italia era una parola vuota, il nome di un territorio. Il nostro connazionale ha voluto offrire all’Italia una morte pubblica, una morte oblativa. Ha voluto mostrare che una civiltà vale una vita e che si è “professionisti” di questa civiltà anche se non si combatte sotto i colori dello Stato nazionale.
L’Italia non è solo uno Stato, è una nazione che dà la dignità della sua cultura e della sua storia a tutti i suoi figli. Le parole con cui Fabrizio Quattrocchi è morto ci dicono la falsità del cosmopolitismo e la verità della dignità umana che la storia italiana ha prodotto.
Gianni Baget Bozzo, tratto da Il Secolo XIX
del 17 aprile 2004
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