I neo-cattocomunisti? KANTIANI

Di Sergio Soave
22 Aprile 2004
Sono i fedeli della religione della pace (eterna), i credenti in un altro mondo (possibile), i devoti ai “beati” La Pira e Ingrao. Il carattere ideologico del rifiuto del realismo nella questione irakena. Noterelle di un già comunista

Il buon senso (che corrisponde alle posizioni di fatto convergenti delle maggiori forze politiche italiane e della Chiesa) spinge a ritenere che, nelle condizioni che si sono determinate in Irak dopo la guerra contro Saddam Hussein, qualunque cosa se ne pensi, serve un intervento più ampio della comunità internazionale per evitare che caos e guerra civile tornino ad incendiare quella regione. A questo si contrappone un senso comune, diffuso soprattutto a sinistra ma non solo, che punta al ritiro unilaterale di tutte le truppe, indifferente all’esito concreto e disastroso che una simile scelta inevitabilmente comporta.
Può essere di un qualche interesse esaminare le componenti ideologiche di questo atteggiamento antirealistico, che hanno radici diverse pur con esiti convergenti.

Associazione antimperialisti&reduci
La prima è l’antimperialismo, o meglio quel filone che si distaccò nel ‘68 dalla contrapposizione Usa-Urss (terribile ma realistica e perciò governabile nell’ambito della politica di equilibrio tra le potenze, sia pure sotto forma di equilibrio del terrore) per sostenere il terzomondismo guevarista degli “uno, cento, mille Vietnam” o le utopie maoiste sull’America “tigre di carta”. Nonostante il verdetto della storia, la trasformazione della Cina popolare in un regime nazional-capitalistico in cui le imprese hanno tutti i diritti e i lavoratori nessuno, il fallimento delle guerriglie terzomondiste degenerate spesso in formazioni paramilitari a sostegno dei traffici di droga, questo antimperialismo residuale continua a costruirsi eroi improbabili, dagli ayatollah iraniani alla cosiddetta resistenza irakena.
Le basi ideologiche di queste impostazioni, che risalgono in sostanza alla tesi antimoderna del Lin Piao che predicava «l’accerchiamento delle città da parte delle campagne» (sottacendo che i suoi “contadini” vestivano la divisa dell’esercito popolare), sono fragilissime. Per questo risulta sorprendente la difficoltà degli epigoni delle grandi tradizioni politiche realistiche, quella cattolica e quella socialista e comunista, a sottrarsi al ricatto moralistico del cosiddetto pacifismo assoluto.

L’arcobaleno del volontarismo
Le ragioni di questa debolezza risalgono probabilmente a tempi lontani, alle consonanze tra uomini politici tra loro distantissimi, Pietro Ingrao con Giorgio La Pira e persino Amintore Fanfani, sul piano di un volontarismo attivistico che trascurava il tema realistico dell’equilibrio di potenza.
La via di penetrazione dell’atteggiamento antirealistico nell’area laica è illustrato con lucidità da un saggio di Fulvio Papi sulla rivista riformista Argomenti umani intitolato “Perché non possiamo non dirci kantiani”. Papi risale all’utopistico “progetto per una pace universale” steso dal filosofo di Koenigsberg nel 1795 (alla vigilia del ciclo di guerre napoleoniche che smentirono la sua fiducia nell’impulso pacifista e “cosmopolita” della Rivoluzione francese contrapposto all’istinto di potenza dei regimi dinastici) e ne rivendica l’attualità contro la critica “realistica” di Hegel, successivamente ripresa da Marx. In questo dover essere kantiano, cioè in un imperativo morale superiore alle preoccupazioni realistiche per l’equilibrio, Papi trova le radici del pacifismo ideologico.
Anche in ambiente cristiano, al realismo della Chiesa che punta a “costruire” la pace creandone le condizioni, si contrappone un fondamentalismo pacifista irrealistico che ha una forte consonanza con il sincretismo new age, con l’indifferentismo di chi confonde Teresa di Calcutta con Che Guevara, Cristo con Buddha, il Vangelo con il Corano. La grande lezione realistica di Tommaso d’Aquino, che ha spiegato come la verità sia adequatio rei et intellectus e che resta l’ispirazione centrale della Chiesa, è insomma nuovamente messa alla prova dall’antirealismo volontaristico.

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