Europa, svegliati. Il pericolo è mortale
«La definizione della minaccia è esattamente dove sta la differenza. È proprio qui che avverto nel modo più intenso il pericolo mortale che corriamo: non comprendere la vera natura del nuovo mondo in cui viviamo. Nel nostro mondo, tutto sta cambiando: la sua economia, la sua tecnologia, la sua cultura, il suo modo di vivere. Se il XX secolo ha, per così dire, scritto il copione del nostro tradizionale modo di pensare, il XXI secolo non ha, sotto ogni aspetto, nulla di tradizionale o di abituale. Questo vale anche per la nostra sicurezza. La minaccia che dobbiamo affrontare non è come quelle del passato. È una sfida completamente diversa, che il mondo non ha mai dovuto affrontare prima d’ora. Per la sicurezza del mondo, questa sfida equivale a ciò che la globalizzazione significa per l’economia mondiale. La nuova sfida non è stata delineata dall’Irak, ma dall’11 settembre. A sua volta, l’11 settembre non ha creato la minaccia rappresentata dal regime di Saddam Hussein. Ma ha mutato in modo fondamentale il nostro giudizio sulla valutazione dei rischi: vale a dire se sia più opportuno combattere direttamente contro questa minaccia oppure continuare come si è sempre fatto, cercando semplicemente di contenerla».
«Il principio di non interferenza è morto»
«Voglio provare a spiegare in che modo si è sviluppato il mio pensiero nel corso di questi anni di leadership politica. Innanzitutto, già prima dell’11 settembre l’opinione mondiale sulla giustificazione di un intervento militare aveva cominciato a mutare. L’unica evidente giustificazione, nelle relazioni internazionali, per un intervento armato era l’autodifesa, la risposta ad un’aggressione. Ma stava anche affermandosi l’idea di un intervento per ragioni umanitarie. Lo sostenni io stesso, dopo la guerra del Kosovo, in un discorso pronunciato a Chicago nel 1999, in cui invocai la formulazione, da parte della comunità internazionale, di una precisa dottrina che ci consentisse, in certe ben specifiche circostanze, di intervenire anche se non direttamente minacciati. Questo non serviva soltanto allo scopo di riparare le ingiustizie, ma si rendeva necessario perché, in un mondo sempre più interdipendente, i nostri interessi erano strettamente connessi a quelli degli altri, ed era un caso davvero raro che un conflitto scoppiato in una zona del mondo non si estendesse subito ad un’altra. (…) Così, già prima dell’11 settembre, stavamo ormai cominciando a formulare una nuova filosofia delle relazioni internazionali da sostituire a quella tradizionale, impostasi a partire dal Trattato di Westfalia nel 1648, in virtù della quale gli affari interni di un determinato paese riguardano soltanto questo stesso paese, e non si ha alcun diritto di intervenire a meno che il paese in questione ti minacci, violi un trattato o costringa ad un’azione per dovere di alleanza nei confronti di un altro paese. (…) Tuttavia, iniziavo a preoccuparmi anche di due altri fenomeni. Il primo erano le sempre più numerose informazioni sull’estremismo e il terrorismo islamico che si accumulavano sulla mia scrivania. Quest’estremismo appariva sorprendentemente ben finanziato. Era anche molto attivo. Ed era guidato non da un serie di richieste politiche negoziabili, ma dal fanatismo religioso. Il secondo era il tentativo da parte di certi Stati, alcuni dei quali particolarmente instabili e repressivi, di sviluppare programmi per la costruzione di armi atomiche, chimiche e biologiche, nonché per lo sviluppo di missili a lunga gittata. Per di più, era evidente che c’era una fitta rete di compagnie e di individui esperti nel settore e pronti a vendere la propria esperienza. Tutto ciò prima dell’11 settembre. (…) L’11 settembre è stato per me come una rivelazione. Tutti i pezzi di quello che sembrava un puzzle disordinato si sono ricomposti in un’immagine chiara e precisa. Il punto importante a proposito dell’11 settembre non stava nella sua meticolosa preparazione né nella sua diabolica esecuzione e nemmeno nel fatto che era avvenuto in America, per le strade di New York. Tutto questo ne faceva una tragedia spaventosa, terribile e di crudele perversità, il barbaro assassinio di persone innocenti. Ma la rivelazione consisteva nel fatto che si trattava di una autentica dichiarazione di guerra da parte di fanatici religiosi pronti a scatenare un conflitto senza limiti. I terroristi hanno ucciso 3mila persone. Ma se ne avessero uccise 30mila o 300mila sarebbero stati ancora più felici. Il loro scopo era suscitare un odio così profondo tra musulmani e Occidente da far scoppiare un jihad da cui tutto il mondo sarebbe stato investito. Dall’11 settembre in poi ho potuto vedere chiaramente la minaccia. C’erano terroristi pronti a scatenare un nuovo Armageddon. C’erano Stati con leader che si preoccupavano solo del proprio egoistico interesse, spesso crudeli e tirannici con il loro stesso popolo, che consideravano le armi di distruzione di massa uno strumento per difendersi contro qualsiasi tentativo, esterno o interno, di rovesciarli, e che, nelle prevalenti condizioni di estremo caos e dilagante corruzione, apparivano del tutto irresponsabili, privi della volontà o della capacità di impedire ai terroristi nemici dell’Occidente di sfruttare l’uno e l’altra a proprio vantaggio. (…) Così si è arrivati al momento della decisione. Un primo ministro non si può permettere il lusso di assumere due posizioni diverse su un certo argomento. Può riconoscere le ragioni di entrambe, ma alla fine deve prendere una decisione».
*Stralci del discorso che Tony Blair ha pronunciato venerdì 5 marzo nella sua circoscrizione elettorale di Sedgefield
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