Il Cardinale e le rane

Di Tempi
06 Maggio 2004
Il nuovo arcivescovo di Bologna cardinal Carlo Caffarra

Il nuovo arcivescovo di Bologna cardinal Carlo Caffarra ci ha ricordato (cfr. Il Foglio, 1 maggio) che «educare significa introdurre una persona nella realtà», che «non si introduce una persona nella realtà se non la si introduce nel significato della realtà» e che «la cultura attuale (la cosiddetta post-modernità) è dominata dalla negazione di quel rapporto originario». In conseguenza di questo atteggiamento irrazionale «non esiste una realtà da interpretare, esistono solo delle interpretazioni della realtà, “non ci sono fatti, ma solo interpretazioni” (F. Nietzsche)». Perciò «ogni interpretazione ed il suo contrario è ugualmente valida» ed «è semplicemente privo di senso porsi la domanda della verità». Di qui procede il relativismo che investe tutti i campi della vita personale e associata, dal mondo del lavoro a quello della giustizia, dalla cultura alla sessualità, dalla riproduzione al rapporto con la natura. «Questa dissoluzione del reale nel gioco senza fine delle interpretazioni ha avuto un effetto devastante nello spirito» osserva Caffarra, «ha estenuato la passione per l’uso della ragione». Perché «essere persone ragionevoli, fare uso della propria ragione che cosa significa se non cercare il vero? Se non desiderare di sapere “come stanno le cose”»? Di qui la malattia mortale che sta alla base di quella stanchezza dell’Occidente richiamata da Giuliano Ferrara: la perdita della libertà e la sua riduzione a «scelta fra infinite possibilità aventi tutte lo stesso valore, dal momento che sono prive di una qualsiasi radicazione in un senso obiettivo», «una scelta vale l’altra» che «genera nei nostri ragazzi un senso di “stanchezza” spirituale: la tristezza del cuore».
«è possibile educare in questo contesto?» si chiede Caffarra, e prosegue indicando una certa traiettoria di lotta per non soccombere all’idiota mentalità dominante.
Alle osservazioni del Cardinale di Bologna ha replicato con stizza un filosofo sceso a Milano con la piena dell’Adige. Ma cos’è questa vecchia banda di sofisti che sembrerebbe disposta ad ascoltare solo chi si nutre di pane e filosofia, ma che in realtà poi ritrovi puntualmente a braccetto con «quelli che mettono insieme la pace arcobaleno, Zelig, Canale5, il Che, Alberto Sordi, l’elogio della diserzione, il piercing quadrilinguale, i finti pub e i cartelli “Berlusconi è il primo terrorista”» – come ha osservato l’Elefante commentando l’ennesimo primo maggio a piazza San Giovanni –, con il «primitivismo senza forma», con la «folla di indistinguibili che possono credere di tutto», con «insomma una porca confusione senza capo né coda»? Sono – questi filosofi dei nostri stivali – i peggiori nemici del popolo, direbbe Pasolini, perché sono nemici della realtà e avvelenatori delle sorgenti della conoscenza. A questo proposito, dieci anni orsono, discutendo con un gruppo di giovani universitari a partire da una “dissertazione” di Umberto Eco, secondo cui realtà, storia, tempo dell’uomo sarebbero in fondo tutte balle soggettive (cfr. U. Eco, Prolusione per l’anno accademico, Università di Bologna, 1994), don Luigi Giussani osservava che «questa società è in un momento di passaggio atroce. Un momento di passaggio in cui tutto è tentativamente fatto crollare: tutto è fatto crollare nel nichilismo o nel puro flatus vocis, nel puro gioco di parole. Questa società è così perché ha trionfato l’impostura di fronte alla realtà. Così abbiamo l’estrema conseguenza che la realtà è niente, perché l’uomo non è capace di inventare niente da capo. Proprio da capo, l’uomo non inventa nulla: riceve. Se misconosce questo ricevere, se si misconosce come donato, gratuitamente arricchito, gratuitamente dotato, se non riconosce questo, l’uomo si trova a pretendere, e gonfiandosi, gonfiandosi, come la rana di esopica memoria, a un certo punto si trova a scoppiare: si ingrossa, si ingrossa, fin quando scoppia. Il nichilismo è lo scoppiare dell’uomo che pretende di costruire tutto secondo se stesso».

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