Cgil, ombra Cinese ai cancelli di Melfi

Di Bottarelli Mauro
06 Maggio 2004
Perché la Fiom, il sindacato “rosso” dei metalmeccanici, protesta contro un contratto da lei stessa firmato? Per sabotare l’unità sindacale, attaccare Confindustria e governo, tenere in ostaggio Epifani

«Fra quel ragazzo o quella ragazza che frequenta una qualunque scuola pubblica ed i suoi docenti, alcuni dei quali saltano, senza preavviso, parecchie ore di lezione: chi è il debole? Fra quei docenti e il preside o la preside che nei loro confronti intenderebbe prendere provvedimenti (e non può): chi è il debole? Fra l’operaio costretto ancora dal sistema previdenziale retributivo a inventarsi mille modi per aumentare la propria retribuzione negli ultimi anni della vita lavorativa e il datore di lavoro che lieto ne approfitta: chi è il debole? E non è un conflitto di interessi, come altri, quello incarnato da diverse organizzazioni sindacali che pretendono di definire le regole della previdenza complementare, del collocamento e della formazione e poi di offrire i relativi servizi?».
Sapete chi ha detto queste cose, chi ha esplicitato questi concetti di buon senso che in Italia rischiano invece di passare per ultraliberismo e attacco alla classe lavoratrice? Nicola Rossi, deputato Ds ed economista di riferimento di Massimo D’Alema nel suo libro Riformisti per forza – La sinistra italiana dal 1996 al 2006: questo per dire che anche in questo paese c’è una sinistra che ragiona e che vuole impegnarsi per il bene comune, anche se purtroppo i suoi vagiti sono quasi sempre coperti dai la trati del massimalismo e del vetero sindacalismo. Prendiamo il caso della Fiat di Melfi, per esempio. Poco ci interessa, al fine di raggiungere lo scopo di questa inchiesta, come andrà a finire la vertenza in questione: a interessarci è la genealogia, il modus operandi e le finalità di quella gioiosa macchina da ostruzionismo politico e dello sviluppo che è la Fiom, ovvero il sindacato dei metalmeccanici della Cgil. Guidata dal battagliero Gianni Rinaldini, affiancato nella lotta da Giorgio Cremaschi, la sigla che mai nessun segretario generale, nemmeno Di Vittorio o Lama, riuscì a domare, rappresenta infatti il bacino di rappresentanza e tesseramento più importante all’interno della Cgil: con 367mila tesserati è prima tra gli attivi e seconda solo a un’altra categoria nel totale degli affiliati, ovvero i pensionati. Cresciuta di importanza e d’autonomia nel corso degli anni che videro Sergio Cofferati a capo della Confederazione, oggi la Fiom brilla di luce propria e tiene letteralmente in ostaggio l’attuale leader Guglielmo Epifani, uno che «si barcamena e si comporta come uno jo-jo che fluttua incessantemente tra riformismo e massimalismo», come ci dice un’autorevole fonte interna. Prima di scendere nei particolari è giusto partire da un punto fermo: la protesta portata avanti per giorni a Melfi era assolutamente strumentale. Per la fabbrica della Basilicata, infatti, si raggiunse un accordo unitario – che quindi vide firmare anche la Fiom – in base al quale l’intervento pubblico per il mantenimento dei posti di lavoro veniva compensato da un 30% in meno di salario per i lavoratori rispetto ai colleghi di altre fabbriche Fiat. Dov’erano allora i “pasionari” di oggi? Perché non fecero picchetti, blocchi, scontri con la polizia ma si sedettero docilmente al tavolo e apposero la “sciagurata” firma? L’obiezione in base alla quale l’attuale leadership non era all’epoca nella stanza dei bottoni appare risibile a chiunque conosca minimamente il sindacato: ai quei tempi il segretario generale della Fiom era infatti Claudio Sabatini, il “papà” politico e mentore sindacale di Rinaldini. Ci troviamo quindi di fronte a una chiara incoerenza ma anche a una sorta di complesso di Edipo sindacale al contrario, ovvero una conflittualità tra Rinaldini e l’ingombrante figura di un padre-esempio che l’attuale capo della Fiom potrà superare – nella sua concezione di sindacato – doppiando per oltranzismo il predecessore. Se a questo uniamo il fatto che Rinaldini non ha ancora vissuto il suo primo congresso da segretario, ossia non ha passato le forche caudine del consenso proclamatorio dell’assemblea, ne abbiamo abbastanza per capire il carattere tutto politico e personalistico dell’avventura di Melfi. Politico sì, perché quanto fatto in Basilicata altro non è se non una risposta a Luca Cordero di Montezemolo e all’Entente Cordiale lanciata da quest’ultimo ai tre segretari delle confederazioni sindacali all’indomani della sua elezione a presidente di Confindustria. In un incontro molto meno informale di quanto possa immaginarsi, infatti, l’uomo Ferrari (che non per niente si è contornato ai vertici dell’associazione degli imprenditori di uomini vicini all’Ulivo) ha infatti offerto una serie di affidamenti a Renato Angeletti, Savino Pezzotta e Guglielmo Epifani palesando chiaramente la sua intenzione di far rientrare la Cgil in un processo di unità sindacale e concertazione morto durante gli anni della contrapposizione tra Cofferati e D’Amato. Epifani, quantomai sballottato, da par suo si farebbe volentieri “incorporare” in questa nuova stagione di unità, anche per garantirsi quella legittimazione che gli scontri con Cisl e Uil e l’ingombrante eredità del Cinese non gli hanno ancora permesso di raggiungere. Ecco partire quindi la fronda interna dei leader dei metalmeccanici, che utilizzano un problema sindacale reale come Melfi facendogli assumere una valenza politica da declinare in modo e tempo di rivendicazione interna al sindacato: in parole povere la categoria più forte della Cgil entra preventivamente in tackle sulla linea del segretario, bocciando qualsiasi ritorno al concetto di unità della Triplice ma soprattutto di concertazione con le parti, soprattutto con Confindustria. A tutto questo, poi, va unito un altro dato tutt’altro che secondario: ovvero il fatto che in questo periodo è in corso il congresso della Fiom. Proprio in questi giorni si stanno tenendo assemblee sui luoghi di lavoro e ad oggi la linea dura Rinaldini-Cremaschi sta ottenendo l’80% dei consensi: un viatico positivo verso il congresso finale, con relativa proclamazione del segretario generale e della linea politica, che si terrà a Livorno all’inizio di giugno. Per capire che aria tiri basta vedere quali sono le materie su cui vertono le discussioni in corso nelle assemblee di fabbrica: basta con la concertazione e l’accordo del 23 luglio e, soprattutto, “problema dei rapporti unitari”. Temi confederali, quindi, non certo di categoria. Chiaro quindi l’intento di sabotare il processo di riavvicinamento di Epifani a Cisl e Uil e soprattutto il secondo step, ovvero la riapertura di un tavolo di confronto incentrato su un approccio pragmatico e riformista: quanto contenuto nella piattaforma al momento vincente, infatti, è una vera e propria mozione di sfiducia a Epifani, un early warning al segretario affinché cambi registro prima che l’Ecofin-Fiom faccia partire le sanzioni vere e proprie, ovvero la guerra interna della categoria più potente contro i vertici della confederazione. Come governare una situazione simile? Difficile dirlo, visto che nemmeno Guglielmo Epifani ha ancora vissuto il suo primo congresso da segretario generale e quindi subisce pesantemente, a livello non solo psicologico, il ricatto del potente duo: l’eredità del Cinese e della sua politica destruens sta portando la Cgil verso la deriva massimalista (o la scissione) e le dinamiche sindacato-governo-imprese verso una nuova stagione di contrapposizione frontale e quindi di stagnazione, blocco operativo, impossibilità di sviluppo e impoverimento collettivo. Per primo proprio dei lavoratori che la Fiom dice di voler rappresentare e difendere: i cittadini bolognesi, chiamati ad eleggere il proprio nuovo sindaco, farebbero bene a riflettere a fondo…

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