Un io per l’Europa un’Europa per il mondo

Di Tempi
06 Maggio 2004
Elezioni Europee. Anteprima del documento di Compagnia delle Opere e Fondazione per la Sussidiarietà

Prima c’è stato un 11 settembre. Poi un 11 marzo. Ground Zero e Madrid. Oggi, l’uso degli ostaggi come arma di ricatto ai governi. Di fronte a questo, c’è un’Europa smarrita e confusa chiamata al voto. Noi sappiamo che quel che accade ci chiede una responsabilità. E sappiamo che questa responsabilità è da assumere, confidando nella tradizione che ha costruito il nostro popolo. La ragione ci dice che questa responsabilità è per tutta la vita e, quindi, tanto più grave rispetto a circostanze drammatiche. Questo documento vuole essere un contributo alla comune responsabilità di uomini.

Per un’Europa unita oltre le ideologie

Nasce l’Europa
E’ il dopoguerra. Alcuni statisti – Schumann, De Gasperi, Adenauer – si riuniscono attorno a un programma comune di sole quattro parole: “Mai più la guerra”. Il primo esito è la Comunità economica del carbone e dell’acciaio. Uno dei simboli della contesa che ha portato alla guerra – il carbone, i bacini della Ruhr – diventa programma e interesse comune per il nuovo soggetto politico. La partenza ha una veste modesta quanto pragmatica. In realtà è rivoluzionaria. è un grande atto di coraggio, di fiducia nel patrimonio della tradizione europea e di speranza nel futuro. Alle spalle ci sono nazionalismi sconfitti, Stati dilaniati e milioni di morti.
La nuova Europa nasce così: come tutela della libertà della persona, della pace, dello sviluppo, come alleanza atlantica con chi ha pagato un grande tributo di sangue e sta aiutando la ricostruzione. Con un comune impegno contro il risorgere di vecchi e nuovi totalitarismi. Sono gli stessi temi in agenda oggi. Se la nuova Europa vuole portare a compimento la straordinaria intuizione dei padri fondatori, deve partire da lì. La stanchezza dell’Occidente, l’oblio della tradizione, la confusione arrendevole di fronte al terrorismo dicono, invece, che è in atto un abbandono.

Fine degli anni ’90: l’Europa va in crisi
Dopo la moneta unica, il vuoto. Quando si tratta di portare all’ultimo livello di unità politica un processo di ricostruzione che gli studiosi definiscono unico nel panorama mondiale, l’Europa va in crisi.
Rinasce lo statalismo. I soggetti popolari che avevano contribuito a una straordinaria ricchezza di iniziative vengono compressi. Non più la strada della libera espressione e collaborazione tra pubblico e privato, ma il sorgere di una superburocrazia europea. Non più una politica unitaria di sviluppo internazionale, ma i tentativi di singoli Stati di affermare proprie aree di influenza. Crisi del welfare e incapacità di rimanere agganciati agli Stati Uniti sul piano della crescita economica.
La frattura con la storia è ancor più netta nella politica internazionale. L’Europa si divide tra americanismo e antiamericanismo, annega nella confusione di fronte al problema del terrorismo, è assente con una proposta di soluzione nella tragedia dei Balcani, è divisa in Irak, abbandona la politica di cooperazione con i paesi del Mediterraneo, abbandona la cooperazione verso il Terzo mondo. In pratica non riesce ad essere un soggetto politico protagonista.
La Costituzione europea. Si arriva a negare ogni richiamo alla tradizione giudaico-cristiana, preferendo echi e suggestioni giacobino-massoniche e tecnicismi di rappresentanza. Ma l’unità è possibile solo attorno a una verità incontrata, che ci raggiunge oggi mediante la tradizione. Lo sbandamento è serio: il terrorismo sembra addirittura decidere gli esiti elettorali e gli impegni internazionali.

L’intuizione originale
La strada per il futuro dell’Europa va ritrovata nella sua intuizione originale: 1) difesa della persona e della sua libertà, anche attraverso l’incremento del suo benessere sociale (welfare society); 2) democrazia economica: una politica dell’Europa che attenui le differenze tra le aree diversamente sviluppate, con particolare attenzione ai nuovi paesi che sono da poco entrati; 3) chiarezza sugli obiettivi e sulle scelte di campo. Dialogo e collaborazione sulle concrete politiche di attuazione; 4) attenzione ai paesi arabi che si affacciano sul Mediterraneo; 5) sostegno delle aree musulmane moderate.

Capitale umano: ricchezza dell’Europa

Il capitale umano di una persona non è riducibile a un incremento della capacità lavorativa. È innanzitutto desiderio di Verità, di Giustizia, di Bellezza, educato dalla fede e, comunque, da concezioni ideali che abbiano al centro l’uomo. Questo desiderio è il motore che ha reso miriadi di persone protagoniste della creatività, dello sviluppo, del progresso anche materiale della società, attraverso il contributo gratuito all’edificazione del bene comune. Nel nostro paese, in Europa, in tutto il mondo occidentale. L’Europa rinasce solo come affermazione della dignità della persona. Come testimonia instancabilmente Giovanni Paolo II: «L’unità dei popoli europei, se vuol essere duratura, non può però essere solo economica e politica. (…) Pertanto, nonostante le crisi spirituali che hanno segnato la vita del continente sino ai nostri giorni, la sua identità sarebbe incomprensibile senza il cristianesimo. (…) La linfa vitale del Vangelo può assicurare all’Europa uno sviluppo coerente con la sua identità, nella libertà e nella solidarietà, nella giustizia e nella pace. Solo un’Europa che non rimuova, ma riscopra le proprie radici cristiane potrà essere all’altezza delle grandi sfide del terzo millennio: la pace, il dialogo tra le culture e le religioni, la salvaguardia del creato» (Regina Cæli, 2 Maggio 2004).

Ripartire dal capitale umano
Capitale umano e educazione. La ripartenza sta nella realtà concreta di ogni persona, che va servita con l’educazione e sostenuta con l’istruzione. L’educazione è la trasmissione di quegli ideali che introducono alla realtà e rendono capaci di leggerla e giudicarla; l’istruzione fornisce i mezzi per rendere operosa la persona, per migliorare la capacità di ricerca, di innovazione, di relazioni sociali.
Capitale umano e sviluppo. Non si può pensare che l’Europa possa competere come sviluppo con gli altri paesi semplicemente abbassando i costi o delocalizzando. La scommessa è riuscire a mobilitare la vocazione dell’uomo a fare cose nuove, dove ideale e istruzione vadano assieme, l’una al servizio dell’altro. Occorre favorire lo sviluppo di industrie tecnologicamente più avanzate; occorre favorire gli investimenti nella scuola, nella ricerca e nella formazione.
Capitale umano e welfare. Non ci sarà nuovo welfare senza una politica del capitale umano. Oggi occorre un welfare mix che nasca da un capitale umano educato, che moltiplichi con dedizione e professionalità le mille forme che il popolo inventa per rispondere, anche autonomamente, ai propri bisogni.
Capitale umano e apertura internazionale. L’educazione, l’istruzione e la formazione sono il crocevia dove i popoli possono diventare amici: può essere questo il grande tema europeo nell’alleanza occidentale.
Ecco che fare: 1) un’alleanza non succube ma creativa con gli Stati Uniti. Un’alleanza che vinca i sogni di nazionalismo e di non allineamento della sinistra radicale europea, chiarendo il ruolo dell’Europa rispetto ai processi di pace. La nostra posizione sulla guerra in Irak è sempre stata chiara dall’inizio: “No alla guerra, sì all’America”. Vedevamo chiaramente che la guerra non era risolutiva, ma avevamo altrettanto chiara la consapevolezza che il disaccordo non incrinava la nostra appartenenza a una tradizione e a una cultura di libertà, democrazia e pluralismo di cui l’America è espressione realizzata, per quanto imperfetta; 2) una politica di amicizia e integrazione economica (fino al mercato unico) e un’alleanza politica con l’America Latina, contro mediocri corporativismi economici. Una cooperazione economica aperta ai paesi dell’Estremo Oriente; 3) un’alleanza umana ed economica per formare i giovani dei paesi arabi moderati è il primo baluardo contro il terrorismo. Investire sul capitale umano di quei paesi, mettendo in circolo le idee, le istruzioni, iniziando a collaborare con i sistemi universitari e di formazione.
Capitale umano e sussidiarietà. L’idea è che in qualunque Stato, in qualunque forma di organizzazione sociale, nulla può sostituire l’io come protagonista dell’azione, della generazione del nuovo e della costruzione dal basso. Occorre stare con chiunque tenti risposte positive. Con il piccolo e medio imprenditore che regge le fila dell’azienda di fronte alle nuove sfide; con le associazioni che premono per un approccio non pietistico al non profit; con il docente che vive il proprio compito di insegnare; con il ricercatore che accoglie con interesse le nuove possibilità; con il giovane che cerca continuamente esempi di professionalità da cui imparare; con quella politica della sussidiarietà che sa di essere parte di un tutto che va servito e questo tutto si chiama nazione; con quei politici che si candidano alle prossime elezioni europee per investire sul capitale umano, quindi sull’educazione e sulla libertà.

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