Abbasso i filosofi interpreti e politici, W Caffarra

Di Tempi
06 Maggio 2004
Siccome la filosofia e la cultura contemporanee sono complicate, Cacciari vorrebbe che fosse complicata anche la realtà.

Carlo Caffarra, “Il Cardinale all’oratorio si libera del nichilismo post moderno”, Il Foglio, 1 maggio
«Educare significa introdurre una persona nella realtà. Non si introduce una persona nella realtà se non la si introduce nel significato della realtà. L’atto educativo è pensabile solo se si pensa che possa esistere un rapporto dell’uomo con la realtà. Il gaio nichilismo contemporaneo giudica questo fatto semplicemente privo di ogni significato. L’altro è, e quindi deve essere accettato nella sua fatticità: ciascuno “tollera” ciascuno. Non ha senso che io mi chieda e ti chieda se ciò che pensi sia vero o falso: ogni opinione e il contrario di ogni opinione ha lo stesso valore. Non siamo abitati da una struggente passione per la verità. (…). Ciascuno di noi esiste come un essere limitato in un mondo limitato, ma la sua ragione è aperta all’illimitato; a tutto l’essere. Ne è prova la conoscenza della sua finitezza e limitatezza: io sono ma potrei anche non essere. Pertanto la “posizione” della persona umana è paradossale: posta in una condizione ontologica “fragile” (contingente), essa gusta quanto è bene l’essere, quell’essere di cui non è in possesso. Di qui il suo desiderio di realtà, di beatitudine».

Gian Guido Vecchi, “L’arcivescovo: Eco e Vattimo cattivi maestri”, Corriere della Sera, 30 aprile
Cacciari: «Un discorso di questo genere è ingiudicabile dal punto di vista di un’elementare educazione filosofica. Fa male che ci siano uomini di Chiesa che non riescono a fare i conti con l’effettiva complessità della filosofia e della cultura contemporanea».

Vedi anche: “L’ultimo filosofo”, Il Foglio, 1 maggio
e “Un Caffarra Reale”, Il Foglio, 1 maggio

COMMENTO
Siccome la filosofia e la cultura contemporanee sono complicate, Cacciari vorrebbe che fosse complicata anche la realtà. L’arcivescovo di Bologna, distinguendo la realtà dalle interpretazioni che ne vengono date, pone una domanda cruciale. Cosa vale affinare: la tolleranza verso tutte le interpretazioni; oppure la conoscenza della realtà, su cui le suddette interpretazioni si concentrano? La realtà – dice monsignor Caffarra, richiamando Il rischio educativo di don Giussani – è il suo significato, ossia il rapporto che esiste (che la ragione è votata, per natura, a conoscere) tra la persona e il significato di ciò che capita, che c’è. La conoscenza, di conseguenza l’educazione, a che varrebbero se non ci fosse tale rapporto, se non esistesse una meta fissa? È «lo smarrimento del senso della libertà, riducendola a puro arbitrio. Arbitrio significa: libertà che si esaurisce interamente nella scelta fra infinite possibilità aventi tutte lo stesso valore. Poiché l’essere è neutrale di fronte ad ogni impatto che la libertà ha con esso, una scelta vale l’altra».
Di fronte all’assurdità nell’uso della ragione di tanti intellettuali, sempre di meno stimiamo tanta cultura odierna: che si compiace di filosofeggiare, più che di riflettere. Il richiamo di Caffarra alla verità non come concetto – pura idea, esistente nel solo pensiero –, ma chiarezza di come stanno le cose, è un richiamo molto opportuno di questi tempi: è un richiamo a non fare “politica” sulla verità.

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