E’ Kerry l’ancora di salvezza di Bush

Di Lorenzo Albacete
20 Maggio 2004
Se i democratici avessero scelto come candidato presidenziale una persona più famosa

Se i democratici avessero scelto come candidato presidenziale una persona più famosa, con un background meno controverso e un’aria più “americana” (John Kerry viene chiamato il candidato “francese”), il presidente Bush oggi si troverebbe nei guai. I sondaggi indicano che la sua popolarità non è mai stata così bassa, e la credibilità dell’amministrazione (forse non la sua credibilità personale, o almeno non ancora) peggiora di giorno in giorno. I consiglieri politici del presidente, guidati da Karl Rove, dovranno essere davvero così bravi come dicono di essere, perché la rielezione di Bush sarà molto più difficile di quanto tutti abbiano pensato.
La loro ancòra di salvezza è John Kerry, e il fatto che, se la popolarità del presidente continua a precipitare, la sua non sale di molto. Non è ancora riuscito ad “entrare in contatto” con il popolo americano. Ormai è troppo tardi per impedirgli di diventare il candidato democratico alla prossima Convention (che si terrà a Boston, ossia in una città che oggi rappresenta l’epicentro del liberalismo cosmpolita, ideologicamente antiamericano, degli scandali ecclesiastici e dei matrimoni gay); perciò i leader del partito democratico, a quanto pare, stanno seriamente pensando alla possibilità di una piattaforma elettorale “bipartisan”, affiancando a Kerry il senatore repubblicano John McCain (nella foto), molto amato dal pubblico. Se questa sarà la decisione definitiva, il candidato repubblicano alla vicepresidenza dovrà rispettare un’esigenza assolutamente fondamentale per i democratici: promettere di non eleggere mai giudici antiabortisti nel caso diventasse presidente. Così, ancora una volta, ecco la questione che ai democratici appare più essenziale: il sostegno all’aborto.
L’appoggio del movimento conservatore è assolutamente prioritario per la sua vittoria; ma anche questo sembra destinato a spaccarsi. I tradizionali conservatori sono sempre stati apertamente contro la guerra in Iraq; ma ora anche i “neoconservatori” (come quelli che pubblicano l’influente Weekly Standard) stanno iniziando a ritirare il loro sostegno: se non alla guerra, almeno al modo in cui l’amministrazione Bush la sta combattendo. D’altra parte, non esiste nessun “movimento popolare neoconservatore”, perciò appare difficile immaginarsi come la loro delusione possa provocare una significativa perdita di voti per Bush.
Per di più, le elezioni non si vincono a livello nazionale, ma stato per stato. Ancora una volta, sembra che saranno pochi stati a deciderne l’esito: i cosiddetti “stati indecisi”, in cui entrambi gli schieramenti hanno la possibilità di vincere. In un certo senso, alcune “questioni locali” saranno altrettanto importanti di quelle nazionali per il risultato delle elezioni; in questo caso, il presidente Bush sembra avere qualche vantaggio fintanto che l’economia continua a migliorare, proprio perché Kerry non è stato capace di suscitare l’entusiasmo di questi elettori
Poi bisognerà tenere conto dell’impatto che avranno le Convention dei partiti, i dibattiti televisivi dei candidati, e ogni altra cosa che avverà da qui a novembre. è ancora troppo presto perché uno dei due schieramenti perda la speranza o perché il popolo americano cominci a considerare le proprie prospettive di voto con esasperante sconforto.

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