Niente Tricicli, siamo inglesi

Di Bottarelli Mauro
27 Maggio 2004
Gli italiani non lo sanno perché nessuno glielo racconta. Ecco come e perché la sinistra inglese sta con la Thatcher, si allinea agli euroscettici, non segue gli zapateriani continentali e, finché ci saranno Prodi e le sue truppe a Bruxelles, dice “bye bye” alla Costituzione Ue

Londra. I laburisti britannici temono che quel destrorso di Vladimir Bukovskij, ex anima della dissidenza nell’ex Urss e oggi rispettato professore all’università di Cambridge, abbia avuto ragione a denunciare la pericolosa virata dell’Europa continentale verso i paradigmi ideologici del fallito e totalitario “socialismo reale” dell’Est. E così la sinistra inglese non soltanto corre ai ripari allineandosi alla piattaforma euroscettica dei Tories, ma sembra più berlusconiana dello stesso Berlusconi. Non ci credete? E allora sentite cosa si vede e cosa si ascolta sulla piazza londinese, mentre i ragazzi di Prodi sono in quel di Milano a giocare al giro-girotondo zapaterian-pacifista tra pashmine militanti e free-climbing sui vetri della coerenza.

In europa? volentieri ma alle nostre condizioni
Cominciamo con le dichiarazioni di quel pezzo da novanta del Labour che è il ministro degli Esteri e fedelissimo di Tony Blair, Jack Straw, dichiarazioni fatte in un discorso volutamente ignorato dai media continentali. Di fronte alla platea della Cbi, la Confindustria britannica, Straw dice chiaro e tondo che Londra «non lascerà che l’Unione indebolisca le riforme delle leggi che regolano l’attività sindacale e le relazioni industriali compiute da Margaret Thatcher». Una posizione chiara, rafforzata dal fatto che queste parole sono state pronunciate da Straw proprio al ritorno dall’ultimo round negoziale tenutosi a Bruxelles e nel corso del quale il ministro britannico aveva rifiutato di offrire rassicurazioni sul possibile raggiungimento di un accordo. In quella che è parsa una vera e propria cena di fidanzamento, Straw ha strappato gli applausi degli industriali garantendo che «i vostri interessi sono il cuore della posizione negoziale britannica in Europa», che «qualsiasi nuovo trattato deve prevedere il veto in materia di tasse e politica sociale» e che «i diritti fondamentali contenuti nella carta non possono sostituire la legge nazionale creando una nuova giurisprudenza, un punto fermo che sosteniamo proprio per evitare ribaltamenti della politica di relazioni industriali in Gran Bretagna». Il presidente degli industriali, Sir John Egan, ha applaudito deliziato raccomandando al ministro che il governo si adoperi affinché attraverso la scorciatoia comunitaria non si ritorni a una regolamentazione dei diritti sindacali e dello sciopero in stile anni Settanta, ovvero prima della blue revolution thatcheriana. Il tutto avviene nel giorno in cui i sindacati chiedono al governo laburista – storicamente loro referente – una svolta “a sinistra” nelle politiche sociali ed economiche.
L’allarme per il discorso di Jack Straw, accompagnato da un rumoroso quanto esemplificativo silenzio in Italia, ha trovato vasta eco in Francia e Germania, l’asse forte della vecchia Europa spaventato da questo ampliamento improvviso delle red lines britanniche, ovvero delle materie su cui Londra non intende cedere sovranità a Bruxelles: non più soltanto tasse, sicurezza sociale, difesa e politica estera ma anche la politica industriale e quella di regolazione dei rapporti tra i soggetti operanti nel mondo del lavoro non dovranno essere regolate centralisticamente da Bruxelles. Questi non sono puri e semplici auspici per gli inglesi, sono i limiti precisi e invalicabili che Londra pone oggi all’unità europea. Le parole con cui il portavoce di Blair ha commentato le dichiarazioni del Foreign Secretary la dicono lunga: «Ci piacerebbe vedere raggiunto un accordo sul trattato costituzionale, ma sia chiaro che noi saremmo d’accordo solo se questo rispettasse le nostre posizioni». Basti leggere quanto pubblicato il 20 maggio scorso dal Financial Times sotto le insegne di un titolo che lascia poco all’immaginazione: “Blair follows the Thatcher route to Eu isolation”. Stando all’analisi del corrispondente da Bruxelles, George Parker, Tony Blair starebbe infatti «ricalcando alla perfezione le mosse compiute nel 1984 dalla Lady di Ferro al vertice di Fontainebleau riguardo il ribasso del budget comunitario o la nottata del 1991 in cui John Major, a Maastricht, sancì di fatto il “no” britannico alla moneta unica» e la sopravvivenza dell’amato pound: ovvero, difendere senza la minima incertezza gli interessi nazionali britannici.

Italia promossa in politica estera
E vogliamo raccontare come viene fotografato il semestre italiano da parte degli esperti inglesi che, al contrario dei media italiani – notoriamente controllati da Berlusconi – sono liberi e indipendenti dalle pressioni del Cavaliere di Arcore? E allora andiamo ad Aldwych per seguire, all’autorevolissima London School of Economics, un seminario sul semestre italiano di presidenza europea organizzato presso la Cowdray House e a cui sono stati invitati come relatori i più brillanti professori universitari di tematiche comunitarie d’Inghilterra. Qualche nome? è presto fatto: David Hine di Oxford, Christopher Hill della London School, Robert Sakwa dell’Università del Kent, Wyn Rees dell’ateneo di Nottingham e Andrew Geddes dalla Liverpool University. Direte voi: l’Italia ne è uscita a pezzi. Tutt’altro. Il ruolo tenuto dal governo del nostro paese, sia per quanto riguarda le politiche più strettamente comunitarie sia per quanto riguarda lo sviluppo e il rafforzamento delle relazioni atlantiche in relazione alla guerra in Irak, è stato positivamente sottolineato da tutti i relatori, uno dei quali (Università del Kent) si è spinto a dire che «per la prima volta da decenni un governo italiano ha avuto il coraggio di fronteggiare contraccolpi a livello di politica interna per mantenere una posizione netta e coerente riguardo tematiche internazionali e di relazioni tra Stati». Direte voi: grazie, Tony Blair è amico di Berlusconi quindi è ovvio che parlino bene dell’Italia. Peccato che a organizzare la conferenza sia l’istituzione universitaria tanto cara a Romano Prodi e ai riformisti di casa nostra, quelli che dicono di ispirarsi al sacro verbo dei think tank laburisti e poi votano – bella la foglia di fico – «per disciplina di partito» le mozioni di ritiro dall’Irak insieme ai massimalisti.

Ritirare le truppe? si corre ai ripari, non a casa
Già, la guerra. Un altro luogo comune accreditato dalle grancasse mediatiche leftist di casa nostra è quello in base al quale la Gran Bretagna starebbe chiedendo all’unisono e con voce ferma il rientro delle truppe e le dimissioni di Blair “il bugiardo”. Balle. A parte che finora gli unici liars acclarati sono stati i vertici della Bbc, spediti a casa dal rapporto Hutton, e il direttore del Daily Mirror licenziato dopo aver pubblicato senza verifiche fotografie di false torture su prigionieri irakeni (per l’elegantissima e trendy direttrice dell’Espresso, invece, solo solidarietà militante di Ordine e Fnsi), qui a invocare il disimpegno militare ci sono soltanto i militanti di Socialist Workers, qualche migliaio di trotzkisti impegnati in un’aspra campagna di attacchinaggio di adesivi su semafori e autobus: punto. Un popolo di bellicisti, gli inglesi? No, di realisti. Talmente realisti da aver visto in televisione nel prime time le conseguenze di un possibile attacco batteriologico (“London under attack”, puntata speciale del programma “Panorama” della Bbc) senza essere espatriati in fretta e furia, da vedersi recapitare a casa un prontuario sui comportamenti da tenere in caso di attentato senza gridare contro «il governo guerrafondaio che ci espone a questi rischi», da permettersi il lusso di sapere che i servizi segreti hanno già approntato un piano di evacuazione per parlamentari e membri del governo in modo da garantire le funzionalità istituzionali anche in caso di inagibilità di Westminster per un attacco. Non è una cosa da poco, perché da 300 anni il parlamento si riunisce nella capitale: è sopravvissuto a Napoleone e a Hitler, ma sa di non poter contare troppo sul fair play di Al Qaeda. Avete letto bene: ai ripari, non a casa.

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