Tutti insieme a Caporetto
La disfatta del riformismo, che molti osservatori hanno riscontrato nell’adesione del triciclo alla tesi del pacifismo militante sul ritiro immediato delle truppe dall’Irak, è un fatto sconcertante ma non nuovo. In Italia, infatti, il riformismo viene regolarmente sconfitto, nella sinistra, da un secolo a questa parte.
Da quando l’appello di Filippo Turati agli operai, cui chiedeva ponderatezza nell’uso dello sciopero «per non uccidere la gallina dalle uova d’oro», fu disatteso e capovolto, la funzione del riformismo in Italia è diventata minoritaria e di testimonianza.
L’anomalia italiana delle “posizioni di principio”
Molti sostengono che la debolezza del riformismo italiano sia una conseguenza dell’eguale fragilità del liberalismo, che per l’incapacità di sottrarsi alle pressioni dei settori più conservatori (e statalisti, per la difesa degli interessi agrari e industriali attraverso dazi, protezionismo e interventi pubblici) non era in grado di stipulare un patto sociale con le forze del lavoro. Naturalmente la vicenda si può leggere in modo esattamente rovesciato, sostenendo cioè che il liberalismo non potè svilupparsi perché invece di un interlocutore riformista se ne trovò di fronte uno massimalista.
Resta il fatto che il fallimento del compromesso giolittiano portò alla Prima Guerra mondiale e poi al fascismo. In realtà il fattore che determinò la crisi di quel modello non fu la tensione sociale, che la Cgil riformista di Bruno Buozzi riuscì sempre, persino dopo l’occupazione delle fabbriche del 1920, in qualche modo a mediare, ma la politica internazionale. è su questa, infatti, che si riscontrano le più vistose e tenaci differenze tra il socialismo italiano e le grandi socialdemocrazie di Francia, Germania, Austria e Gran Bretagna. Anche in questi altri partiti, naturalmente, le spinte pacifiste ed internazionaliste erano forti. Ma la differenza sta nel fatto che, una volta che le scelte diventavano ineluttabili, gli altri partiti europei si adattarono a un compromesso con le borghesie nazionali, mentre in Italia (come in Russia, dove però la borghesia nazionale era quasi inesistente) le posizioni “di principio” non si piegarono, allora come oggi, alla concretezza delle vicende politiche.
Il Pci filo-sovietico? Era più realista
La differenza fondamentale tra un atteggiamento riformista e uno ideologico sta proprio in questo, nella capacità di cercare, in ogni situazione, soluzioni concrete e praticabili, in opposizione all’implacabile logica del “dover essere” che porta alla pura denuncia senza vie d’uscita, e poi “avvegna che può”.
Il lungo predominio comunista nella sinistra italiana ha portato, a questo schema, una importante variante. L’antimperialismo tradizionale “di principio”, e quindi antirealistico, fu piegato alla Realpolitik al servizio del campo sovietico (definito in modo paradossale ma propagandisticamente efficace “il campo della pace”). Così nacque l’ircocervo del “riformismo comunista”, in cui una prassi socialdemocratica, gradualista e talora esplicitamente conservatrice nella politica sociale e istituzionale interna si copriva con una scelta di campo antioccidentale (ma rispettosa della divisione del mondo in campi d’influenza) in politica estera.
L’odierno riformismo italiano è figlio di queste contraddizioni, ha perso, con l’obbedienza sovietica che non era certo un pregio, il realismo, che ne era invece una conseguenza apprezzabile, e non è quindi in grado di far prevalere una visione articolata sulla semplificazione propagandistica dei “senza se, senza ma e senza Onu”. Esattamente come, dopo aver giustamente osteggiato l’entrata dell’Italia nella Prima Guerra mondiale, non riuscì a rendersi conto, neppure dopo Caporetto, che a quel punto era indispensabile collaborare allo sforzo nazionale.
Ora, di fronte alle difficoltà che, anche per gli errori politici commessi, la coalizione incontra in Irak, i sedicenti riformisti, invece di collaborare criticamente alla ricerca di una soluzione multilaterale, proprio nel momento in cui appare a portata di mano, scartano verso un’opposizione di principio. Peggio del “non aderire né sabotare” di Turati.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!