No, non è la Bbc
E meno male che c’è Al Jazeera: libera, indipendente, moderna. Tutto il contrario delle grigie tivù arabe ufficiali, fatte interamente di filmati incensatori del presidente o del re e di interminabili veline governative lette col brio degli speaker delle stazioni ferroviarie. Ma che sia obiettiva, questo proprio no, di Al Jazeera non si può dire. Per quella irrimediabile inclinazione, come direbbe Magdi Allam, a utilizzare le espressioni «Massacri. Distruzioni. Assassinii. Brutali bombardamenti. Attacchi indiscriminati. Punizioni collettive. Azioni vendicative» quando si parla degli americani e degli israeliani, e «Martiri. Martirizzati. Vittime. Resistenti. Combattenti. Civili inermi. Donne e bambini innocenti» quando si parla degli irakeni e dei palestinesi. Per quella strana distrazione che porta a dedicare servizi su servizi alle manifestazioni di protesta contro le torture compiute dagli americani, mentre i funerali del presidente del Consiglio di governo irakeno Ezzedine Salim con decine di migliaia di partecipanti a Bassora vengono ignorati; a mostrare immagini raccapriccianti di vittime dei bombardamenti americani in Irak e israeliani nei territori palestinesi, ma a riscoprire improvvisamente sentimenti umanitari che impediscono di diffondere il video in cui Fabrizio Quattrocchi, prima di essere trucidato, pronuncia le parole della sua sfida: «Adesso ti faccio vedere come muore un italiano».
Giornalisti accusati di complicità coi terroristi
Insomma, qualcosa che non torna dentro ed intorno ad Al Jazeera c’è. C’è Tayseer Alouni, intervistatore di punta della tivù (intervistò Osama Bin Laden all’indomani dell’11 settembre) residente in Spagna, arrestato nel settembre 2003 a Granada e oggi agli arresti domiciliari, in attesa di essere processato per complicità con Al Qaeda per ordine del procuratore Baltazar Garzon. C’è Mohammed Jasim Al Ali, il direttore che si è dimesso nel maggio dell’anno scorso, per “ragioni personali”, dopo che il Sunday Times di Londra aveva denunciato la sua presenza sul libro paga di Saddam Hussein. Ci sono il cameraman arrestato in Afghanistan e i due reporter arrestati in Irak perché avevano piazzato le loro telecamere davanti ad una stazione di polizia proprio poco prima che saltasse in aria per un attentato. E c’è la denuncia di Munir Mawari, il giornalista di origine yemenita che fra il 2000 ed il 2003 ha lavorato alla redazione del sito Internet di Al Jazeera: «Posso dire con certezza che tra il 50 ed il 70 per cento dei giornalisti e dei funzionari amministrativi di Al Jazeera sono membri a pieno titolo o simpatizzanti di gruppi fondamentalisti. In redazione si scherzava su alcuni colleghi legati ad Hamas e agli estremisti islamici… Li guardavamo mentre lavoravano e dicevamo che stavano preparando una breaking news, una notizia dell’ultima ora, su un attentato che si sarebbe verificato dopo qualche ora». Mawari è stato sbertucciato come inattendibile da colleghi di Al Jazeera e dai siti Internet pacifisti perché oggi lavora per i notiziari arabi della Voice of America, radio governativa americana. Ecco però che un’altra giornalista, l’italiana Silvia Grilli, mette piede nella sede della tivù del Qatar, e cosa racconta? «Nella bacheca di Al Jazeera ci sono tre foto: quella del corrispondente da Baghdad, Tareq Aiyoub, morto durante un bombardamento americano, e quelle dei due leader del gruppo terroristico Hamas, uccisi dagli israeliani: Abdel Aziz Rantisi e Ahmed Yassin. Sotto c’è scritta per tre volte la stessa parola: martire».
E infine c’è un modo di lavorare che dà davvero sui nervi. Citiamo da Repubblica dell’8 gennaio scorso: «Due giornalisti si sono presentati al cancello di White Horse chiedendo un’intervista col colonnello (del contingente italiano, ndr). In quel momento Scalas era in un’altra base. Un capitano ha invitato i cronisti a tornare più tardi, spiegandogli che “non c’era alcun problema per parlare con il portavoce”… Ma nel servizio mandato in onda ieri, Al Jazeera ha informato i suoi telespettatori che i soldati italiani non li hanno voluti ricevere». Eh, no: così non si fa.
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