Il socialpino…e poi Torino
Milano. L’imbocco dell’autostrada A4 è stranamente scorrevole, poche macchine e nessuna particolare carovana di Tir. Un buon inizio, non fosse che superato il casello di Rho insieme agli auspici di un tragitto tranquillo spariscano anche le inconfessabili simpatie nutrite per qualche tempo verso i detrattori di Lunardi. I lavori infrastrutturali sono in corso, eccome! La Milano-Torino, fino a Santhià, sembra Blade Runner
Lo Stato-Regione Val D’Aosta
è un attimo passare il lago di Viverone, Ivrea (che nostalgia quelle assemblee degli azionisti Olivetti!) e arrivare spediti a Pont St. Martin, Chatillon e poi Aosta, un piccolo infernale patchinko alpino. Il patchinko è un alienante tipo di flipper giapponese, all’apparenza tutto luci e palline colorate ma la cui unica e vera prerogativa è la staticità e l’impossibilità di avere uno sviluppo: il gioco è quello, una volta messe in conto le possibilità di rimbalzo della sfera e quelle tre, quattro ipotesi di movimento, tutto resta inalterato, statico. «La Val d’Aosta è l’Unione Sovietica del benessere: qui non manca niente, quello che serve è garantito dalla Regione, ma non c’è slancio, non c’è iniziativa perché il “grande fratello” del palazzo e dell’autonomia è ovunque, interviene su tutto e per tutti», ci dice un imprenditore valligiano che si è proposto di accompagnarci in questo viaggio nel benessere e nel welfare munifico, come viene definito dai report ufficiali del ministero. Se infatti fino all’inizio degli anni Novanta l’autonomia ha rappresentato la vera e propria salvezza della Val D’Aosta, garantendo lo sviluppo di quello che è l’attuale quadro economico e sociale, da un decennio l’inversione di tendenza è chiara, con un’enorme disponibilità di denaro (anche rispetto al limitato numero di abitanti, appena 118mila in tutta la Regione) e scelte di spesa che nella maggior parte dei casi non rappresentano affatto una volontà di crescita e sviluppo ma unicamente di gestione dell’esistente. Qualche dato può chiarire meglio la situazione aostana, il destino tragicomico, quasi kafkiano, di questo lembo di terra che sembra seminato a euro ma che non mette nulla in cascina. La Val d’Aosta reintroita il 90 per cento di quanto versato allo Stato sotto forma di tasse (Irpef, Irap), una cifra percentuale enorme che di per sé rappresenta una base notevole di buona gestione. Lo Stato qui paga la polizia, i carabinieri e gli agenti di custodia del carcere, il resto è pagato dalla Regione: gli insegnanti, ad esempio, o anche l’intero comparto sanitario sono a carico dell’autonomia. Una bella spesa, certo, ma nulla cui non si possa fare ampiamente fronte: fino al 1992, anno in cui il mercato comune europeo abbatté le frontiere commerciali, la Val d’Aosta riceveva circa 400-450 miliardi di vecchie lire solo dallo sdoganamento in loco dei camion in transito. Credete che questa bella sommetta sia venuta a mancare? No, nel 1993 la Regione ha trattato con Roma ed è riuscita ad ottenere una quota fissa annuale dallo Stato che corrisponde alla cifra non più introitata a causa del mancato sdoganamento. Facile governare così. «Sì, però qui le cose funzionano, non manca nulla» spiega il nostro accompagnatore. «Prenda il caso dell’alluvione che ci ha colpito tre anni fa. All’epoca io ero in Senato e ricordo che i provvedimenti di intervento statale per la Val d’Aosta e per Soverato, in Calabria, furono accorpati: beh, se oggi vai a Soverato trovi tutto come allora, qui dove c’erano macerie ora spuntano i fiori. Detto questo, non posso che riconoscere che con tutte le risorse che abbiamo in Valle d’Aosta non è accettabile, viste le sfide che la globalizzazione impone a tutti, limitarsi alla gestione dell’ordinaria amministrazione. Qui non c’è imprenditoria, non c’è concorrenza perché manca la spinta all’innovazione: i soldi stagnano e la Regione gestisce un patrimonio immenso in modo elefantiaco e, soprattutto, autoreferenziale. Qui gli imprenditori non sanno e non possono competere con le sfide del mercato perché c’è un’invadenza assoluta dello Stato-Regione: siamo davvero al socialismo reale, anche se in una versione decisamente benestante».
Benessere e mediocrità. Dalla culla alla tomba
Camminiamo lungo via Sant’Anselmo, strada principale che dall’arco di Adriano taglia tutto il centro storico fino ad arrivare alla piazza del municipio: è questo il cuore pulsante, qui i gangli vitali della macchina amministrativa aostana vengono oliati a intermittenza. «Abbiamo 2500 dipendenti regionali su un totale di 118mila abitanti, questo dato già dice molto. Il problema è che non avendo spinta, la situazione sta conoscendo giorno dopo giorno sempre più stagnazione e quindi paralisi della società. Lo strapotere della Regione sta diventando un impedimento, la burocrazia cresce esponenzialmente seguendo la crescita del palazzo. è chiaro, poi, che grande disponibilità di denaro può significare anche corruzione: non è un caso che gli ultimi cinque presidenti della Giunta abbiano avuto problemi con la giustizia, non è un caso che quotidianamente si apra un giornale e si legga di qualcuno pizzicato a maneggiare. Le faccio un esempio: negli ultimi cinque anni il casinò di Saint Vincent, una fonte di guadagno da 80 milioni di euro l’anno, ha perso il 50% della clientela. Guarda caso, il crollo è coinciso con la gestione diretta dell’impianto da parte della Regione, la quale è sempre stata azionista al 99% ma fino al 1990 aveva dato in concessione la gestione a una ditta privata, la Sitav. Ora invece si pensa più alla gestione dei ben 1100 dipendenti e della burocrazia interna del casinò, che agli introiti e allo sviluppo per far fronte a competitori aggressivi come Lugano e Campione d’Italia. Inutile negare il clientelismo nelle assunzioni, visto che un croupier può arrivare a guadagnare 5mila euro al mese. L’introito del casinò, oggi, è lo specchio dell’inefficienza regionale». Potevate pensare che un gioiellino come Saint Vincent, tutto strade linde e prati fioriti, potesse essere gestito con criteri da Mezzogiorno profondo? è così. Anzi, peggio. «Consideri il comparto turistico, il core busines dell’economia valdostana. Bene, dice l’ex senatore, «qui non c’è sviluppo, non c’è investimento, non c’è incentivazione. I profitti li fanno soltanto i gestori degli impianti di risalita e i ristoranti per turisti, di scarsa qualità e prezzi da rapina. Rispetto al Trentino siamo il Terzo mondo del turismo montano, qui interessano solo le piste, non le montagne o l’ambiente, e si gestisce l’ indotto con la stessa logica con cui si potrebbe sfruttare uno ski-lift con neve artificiale sulle montagnette del parco Lambro di Milano». In effetti, non è singolare che, ad eccezione di Aosta, in tutta la Valle non esiste un albergo con apertura annuale?
D’altronde, se da Courmayeur prendi la macchina, in dieci minuti sei a Chamonix, al di là del monte Bianco, Francia, e le cose cambiano come tra il giorno e la notte in fatto di organizzazione, ricettività, proposte al turista, attrattive extra-sciistiche. Conclusione? «In Val d’Aosta non manca nulla, ma è come se mancasse lo slancio dell’iniziativa personale e così tutto viene affidato alla Regione, al suo ricco assistenzialismo che copre tutto e ci assicura mediocrità, però nel benessere, dalla culla alla tomba. Insomma, abbiamo fatto una gran salita e ora ci trasciniamo lungo un pianoro infinito».
La ripresa piemontese
Da Aosta a Torino, terra sabauda che trasforma spesso il suo ritegno in un giudizio troppo severo su di sé. Il disfattismo diffuso nel paese e il disorientamento per la morte, a un anno da quella dell’Avvocato, di un altro pezzo nobile del Piemonte che produce, Umberto Agnelli, protagonista dell’avvio di una grande opera di risanamento della Fiat, non può che appesantire ulteriormente il clima sociale che si respira nel capoluogo pimontese. «Eppure la storia dimostra che alla prova dei fatti il Piemonte ha sempre saputo “reinventarsi” ricollocandosi sempre in una posizione di rilievo nel paese», osserva Dario Oddifreddi. Ci sono d’altra parte segni molto positivi di ripresa. Basti pensare che nell’ultimo decennio il settore manifatturiero regionale ha espulso 100mila addetti e che questi sono stati riassorbiti dal tessuto produttivo, come dimostra la diminuzione del tasso di disoccupazione, oggi attorno al 5 %. Nei primi mesi del 2004 il mercato del lavoro piemontese ha inoltre confermato l’andamento positivo già riscontrato lo scorso anno, facendo rilevare una crescita occupazionale dell’1,6 %, il doppio della media nazionale, e con i primi segnali di inversione di tendenza nell’industria manifatturiera. Le spese in ricerca e sviluppo sono in Piemonte pari all’1,6% del Pil rispetto alla media nazionale dell’1,2. Oltre al settore meccanico, si sono avviate importanti azioni per attrarre sul territorio aziende leader in altri settori come recentemente avvenuto con l’insediamento della Bracco (prodotti farmaceutici) nel Bio Industry Park di Ivrea o di Motorola a Torino. In Piemonte c’è poi una delle ultime grandi aziende sane del paese, la Ferrero di Alba, che mantiene col territorio un legame privilegiato pur essendo presente in tutto il mondo. Ma la stessa Ferrero non è che la punta dell’iceberg rispetto a tutto un comparto agroalimentare e vinicolo, insediato specialmente nelle province di Cuneo, Asti e Alessandria, che affonda le proprie radici nella cultura gastronomica e rurale del Piemonte, e che ha costituito in questi anni uno dei comparti con i maggiori indici di sviluppo, a conforto delle strategie di diversificazione produttiva sostenute dalla Regione.
Cristianesimo all’opera. Dal Cottolengo alla Piazza dei Mestieri
«Nonostante le inevitabili difficoltà che derivano dal cambiamento imposto dall’apertura dei mercati internazionali, che esercitano un influsso determinante su una regione che esporta un quarto del proprio prodotto lordo, la forza del Piemonte è indubbiamente in una cultura imprenditoriale profonda, che trova espressione in 400mila imprese e decine di distretti, nell’alta professionalità delle maestranze, in centri universitari e di ricerca di primo livello» ci dice l’assessore Gilberto Picchetto.
Il Piemonte non è solo industria, è anche capacità di inventare forme nuove di convivenza civile tra soggetti diversi e capacità di rispondere ai più bisognosi. Basti ricordare il radicamento a Torino di opere caritative e sociali cristiane come il Cottolengo, l’Opera Don Bosco, il Murialdo. Ma anche di nuovi soggetti, come il Sermig, che festeggia proprio in questi giorni i suoi primi 40 anni, il cui fondatore, Ernesto Olivero, è stato candidato dal presidente Ghigo al Nobel per la Pace e in cui ogni anno passano decine di migliaia di persone, che vengono ospitate, a cui viene garantita assistenza medica, lavoro. Un altro esempio della creatività e della capacità di accogliere il bisogno è testimoniata dalla nascita a Torino della Piazza dei Mestieri, un’opera che affonda le sue radici nella lunga presenza nel privato sociale della Compagnia delle Opere. La Piazza è un modello di accoglienza per i giovani tra i 14 e i 18 anni e offre una proposta di educazione integrale alla persona: dall’accoglienza, ai percorsi formativi che recuperano i mestieri della tradizione del territorio (gelateria, cioccolateria, pasticceria, fabbricazione della birra, stampa e design), all’introduzione al lavoro, all’accompagnamento del giovane e della famiglia, alla possibilità di avere un luogo di incontro con pub e spazi dedicati all’attività sportiva. Luoghi fisici, in cui si educano i giovani e si cresce con loro anche nella corresponsabilità di conduzione della Piazza.
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