Non parlate a Prodi agli inglesi
Era dai tempi di Mussolini che un politico italiano non suscitava una riprovazione così unanime da parte dei britannici. Nelle ultime due settimane Romano Prodi, presidente della Commissione europea, è entrato nel mirino di stampa, governo e opposizione d’oltremanica. Ha cominciato il Financial Times, il 27 maggio scorso, con uno dei suoi editoriali stroncatori: «La sua performance come presidente della Commissione è stata orrenda», ha scritto il quotidiano della City. «Non ha dimostrato larghezza di vedute, né l’attenzione ai dettagli richieste per uno degli incarichi più prestigiosi del mondo. Manager incapace, gli ha fatto difetto la capacità di comunicare, con un’allarmante propensione alla gaffe». Particolarmente criticata la sua decisione di partecipare alla campagna elettorale italiana per le europee, «cosa che è contraria allo spirito e alla lettera dei trattati Ue». Prodi ha aggravato la sua posizione rilasciando un’intervista a Newsweek in cui, alla domanda sul referendum che Tony Blair ha intenzione di indire sul trattato costituzionale, ha risposto che «la soluzione potrebbe essere un referendum europeo, lo stesso giorno in tutti i paesi europei. Un “sì” spingerebbe in avanti l’Europa a grande velocità». Non l’avesse mai detto. Un portavoce del governo britannico ha definito l’idea “inagibile” e ha replicato: «La ratifica del trattato è una questione interna di ciascun paese». Michael Ancram, ministro del governo ombra conservatore, ha denunciato che un rapporto commissionato da Prodi pubblicato due settimane fa auspica la piena unione politica dell’Europa: «Questo documento chiarisce che la Costituzione europea mira ad un forte trasferimento di potere alle istituzioni della Ue a spese delle democrazie nazionali». Una cosa che manda in bestia qualunque inglese.
R. C
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