Inizia la ricostruzione del Sudan

Di Ponzone Elisabetta
10 Giugno 2004
«Nella contea di Torit stiamo assistendo circa 40mila persone cui manca tutto»

«Nella contea di Torit stiamo assistendo circa 40mila persone cui manca tutto», afferma da Kampala Filippo Ciantia, rappresentante dell’Ong italiana Avsi per la regione dei Grandi Laghi africani. «Alcuni di loro da dieci anni non vedevano un bianco, altri non hanno mai avuto un contatto con i medici e tutti non possiedono acqua potabile nelle vicinanze dei villaggi».
Cinque settimane di missione Avsi in zone completamente dimenticate dal mondo. Dove solo ora, con il cessate il fuoco e la nuova pace, s’incomincia a valutare la vastità della tragedia. Stiamo parlando del Sud Sudan, regione africana afflitta da una guerra civile che dal 1983 ha causato oltre due milioni e mezzo di vittime, fra combattimenti, fame e malattie. Ma anche più di quattro milioni di sfollati e profughi.
Inviati della missione di valutazione per capire le emergenze e i bisogni nella contea di Torit, Pietro Galli, responsabile dei programmi di emergenza di Avsi, e Andrea Bornati, medico volontario. Con loro anche personale locale che collabora sempre con Avsi sui progetti legati all’emergenza sudanese, con forti conoscenze del territorio e dei possibili problemi della popolazione.
Una missione di estrema importanza che ha permesso di ottenere da parte di Echo, l’agenzia umanitaria dell’Unione Europea, l’approvazione del progetto che ha per obiettivo l’assistenza alla popolazione della contea di Torit. «Si deve istruire la popolazione sul pericolo delle mine antipersona e delle bombe inesplose. E curare chi ne è stato ferito», continua Ciantia.
Di villaggio in villaggio si è incontrata la popolazione per indagare sulle necessità e sui problemi che da oltre dieci anni non sono mai stati affrontati da nessuna agenzia umanitaria. Perché la guerra e l’inaccessibilità di queste sperdute zone di boscaglia e savana, al confine con l’Uganda settentrionale, lo hanno impedito. In questi villaggi i deficit relativi ad acqua, sanità, scuole, sicurezza alimentare sono i principali problemi emersi dalla valutazione. Senza contare i possibili profughi di ritorno se pace veramente sarà. «Nel giro di due anni al massimo, ci attendiamo il rientro di un milione di rifugiati, e quello di due milioni di sfollati interni al paese. Senza dimenticare che proprio ora si sono accesi nuovi focolai di Ebola».
L’Spla – la forza principale della ribellione nel Sud Sudan – e il governo di Khartum hanno raggiunto un accordo di pace complessivo il 27 maggio scorso. L’accordo prevede, fra le altre cose, un periodo di sei anni durante il quale il Sud avrà un governo autonomo; al termine di esso, attraverso un referendum la popolazione deciderà se la regione deve restare unita al resto del Sudan o diventare indipendente.

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