Tentazione democratica
Al di là delle beghe meramente partitiche e delle rivendicazioni particolaristiche, le ultime elezioni europee hanno evidenziato senza timore di smentita un dato: ovvero, che il maggioritario non ha affatto compiuto il miracolo di polarizzare la politica italiana depotenziando il peso e il ruolo dei partiti minori, la cui stessa sopravvivenza era stata messa in dubbio nei giorni che seguirono lo storico referendum indetto da Mario Segni. Da allora, infatti, abbiamo sì avuto maggioranze più stabili e governi più duraturi rispetto a quelli della Prima Repubblica (Craxi a parte) ma, fatti salvi limitati periodi, queste maggioranze non si sono dimostrate sufficientemente coese e omogenee al proprio interno da perseguire con efficacia politiche univoche.
Risultato? Nella migliore delle ipotesi l’immobilismo, nella peggiore – ma non più peregrina – il caos. In effetti avere maggioranze stabili, che durano magari un’intera legislatura, ma paralizzate nell’azione di governo dai veti incrociati tra i vari partiti della coalizione (una descrizione abbastanza precisa della situazione attuale) non sembra francamente un gran miglioramento rispetto alla situazione precedente. Anzi.
Obiezioni al proporzionale
Gli hardliners del bipolarismo rispondono a queste considerazioni imputando i “disguidi” alla transizione inadeguata e insufficiente al maggioritario compiuta nel nostro Paese. I fautori del “maggioritario puro” replicano: il nostro bipolarismo non è ancora a punto, perché il sistema non è completamente maggioritario visto che, con il meccanismo dei residui, i seggi vengono assegnati per il 25 per cento sulla base del proporzionale. Per i puristi all’anglosassone questa residua quota di proporzionale è nei fatti l’origine di tutti i problemi, in quanto spinge i partiti all’interno di una coalizione a differenziarsi sul piano delle politiche per farsi notare dai propri elettori e pesare di più. La ricetta? Semplice, un sistema maggioritario puro li spingerebbe a scontrarsi sulla divisione dei seggi ma li manterrebbe compatti sulle politiche da perseguire. Altra considerazione è quella secondo la quale il maggioritario italiano per il Parlamento nazionale è a turno unico mentre un sistema a doppio turno, come quello in vigore per i comuni italiani di maggiori dimensioni e altri enti locali, consentirebbe agli elettori di esprimere le proprie preferenze nella prima tornata, per poi compattarsi su un unico candidato o un’unica coalizione nel secondo.
Controdeduzioni
Ora, a questi appunti se ne possono muovere altrettanti, partendo proprio dal crollo del totem anglosassone avvenuto il 13 giugno scorso. Scartando a priori un modello statunitense, che funziona in un contesto storico, politico e sociale molto diverso da quello italiano, l’esempio più percorribile per il futuro maggioritario puro all’italiana potrebbe essere quello illustrato dal sistema elettorale caratterizzato dal dualismo concorrenziale Labour-Tories sulla scena politica britannica. Bene, al netto del voto di protesta per la guerra in Irak, eminenti studi e gli stessi sondaggi del centro YouGov hanno dimostrato che se anche la performance di divenire secondo partito nazionale a danno dei laburisti difficilmente potrà essere ripetuta alle generali del prossimo anno, i Liberaldemocratici vanno d’ora in poi valutati come terzo attore della scena politica, come una realtà con cui fare i conti. Addio “bipolarismo perfetto”, quindi. Con l’aggravante che il 17% di voti guadagnati dagli anti-europeisti dell’Ukip, sempre secondo YouGov, si tramuteranno in un risultato alle politiche che varierà dal 3,5 al 5%: con meno la Lega Nord esprime tre ministri e condiziona la politica economica del governo e la futura architettura del Paese. La questione del doppio turno in un contesto di maggioritario puro, poi, è accettabile solo a livello empirico, visto che la logica degli apparentamenti rischia di gravare come un’ipoteca difficilmente eliminabile viste le necessità sia di aggregare gli schieramenti che quelle più di bottega di vincere.
FINESTRA SU BERLINO
E se il difetto stesse quindi nel manico, ovvero nel Mattarellum, il sistema che comportò la fine del sistema pluripartitico che aveva dominato per oltre 45 anni in Italia e con esso il forzato ingresso di un ibrido maggioritario con residue quote proporzionali per le quali, superate le preferenze, ogni potere decisionale viene affidato proprio alle segreterie dei vecchi e nuovi partiti alla faccia della conclamata “sovranità popolare”? Inutile negare che i piccoli partiti permettono, in un regime di maggioritario impuro, a destra e a sinistra il permanere di poteri di veto alle frange estreme: non è un caso, quindi, che siano sorte iniziative a livello parlamentare come quella avviata da alcuni deputati e senatori di diversi partiti per la reintroduzione del proporzionale sul modello adottato in Germania. Ovvero con uno sbarramento al 5% (ma potrebbe essere anche il 3%), il premio di maggioranza per la coalizione vincente, la sfiducia costruttiva per l’eventuale sostituzione del premier: con un’unica mossa, inseribile nel quadro di riforme istituzionali in discussione, si raggiungerebbero la stabilità e un bipolarismo di fatto senza, tuttavia, annullare le esistenti distinzioni culturali, politiche e ideali connaturate alla politica italiana. Ma c’è di più, visto che in molti ormai auspicano la formazione di una sezione italiana del Partito Popolare Europeo, destinata a contenere tutti i partiti che, a diverso titolo e storia, si ritrovano in esso: una premessa indispensabile per la formazione di un grande partito di centro in grado di confrontarsi con uno schieramento alternativo di sinistra a prevalente guida riformista che è sempre stato l’obiettivo delle forze più responsabili e che potrà realizzarsi solo a fronte di un cambio di sistema. Per guardare con speranza al futuro bisogna quindi voltarsi indietro (con qualche accorgimento)? La Germania, esempio federale che la devolution e il Senato delle Regioni punta a ricalcare, dice di sì.
Inoltre – per amore di precisione e di verità – il modello tedesco, da tempo visto con favore da alcune forze politiche italiane, è classificato come sistema proporzionale con sbarramento anche se in realtà esso è un sistema misto di proporzionale e maggioritario. Infatti, metà dei deputati viene eletta a livello circoscrizionale tra quelli più votati individualmente, mentre l’altra metà viene attribuita in proporzione ai voti di lista purché il partito abbia conseguito il 5% su tutto il territorio nazionale. Non è però necessario raggiungere tale percentuale quando una formazione abbia avuto almeno tre deputati eletti individualmente. Un dramma? Un tradimento del mandato popolare? Un attentato alla democrazia rappresentativa? Non ci sembra, anzi. In Germania, infatti, si vive una realtà politica molto meno frastagliata e ricattatoria di quella italiana ma tutti, compresi i comunisti nostalgici della Ddr, sono rappresentati. Non vorremmo che, in un impeto di british style, molti politici fossero preoccupati per la caduta del diritto di veto permanente piuttosto che per l’integrità della rappresentanza popolare.
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