Narciso
Narciso. Più me la meno più vengo meno & per non venir più meno non me la menerò più. La pasquinata ipertestuale è per dire un messaggio che ci piacerebbe arrivasse anche al disco di platino del giornalismo italiano, quello che (beato lui) si liquidò una vita passata a Repubblica con 100 miliardi di vecchie lire e poi ha cominciato a dialogare un po’ con Io, un po’ con il glicine del balcone accanto, e che «Io mi ritrovo molto guardando gli alberi», che «anno dopo anno e sempre di più considero gli alberi come delle persone», che «ecco, è la natura il luogo dove mi sento sciogliere i nodi che nel mio interno porto», che «trovare il senso della vita è domanda alla quale non c’è risposta», che «la natura si pone forse questa domanda?», che «la natura vive e basta», che «e noi siamo natura» e che adesso chi lo ferma più il Predicatore del dì di festa.
Se non c’è’ verita’ andate tutti alla Paradiso
È un bell’ossimoro l’archetipo del Narciso nazionale, simbolo di un’élite scaltra negli affari e sofistica nei pensieri, capace di teorizzare insieme il niente e il tutto: un’oculata gestione dei conti pubblici da una parte e – voilà! – l’unità democratica intorno alla politica delle rendite statal-sindacali-patronali-confindustriali dall’altra; l’indignazione morale antiberlusconiana e – giro di valzer! – le trasparenti scatole cinesi della finanza Cdb; l’idea che gli esseri umani sono un passione inutile («il cuore nient’altro che una pompa, l’uomo nient’altro che un bipede destinato al nulla») e – capriola logica! – il forte richiamo a che, nel frattempo, benché bipede e inutile e destinato al nulla, il cittadino paghi le tasse fino all’ultimo cent, creda e obbedisca alla religione dello Stato, della democrazia eccetera. Dura lex sed Lex. Lo scalfarismo è un po’ il cascame distintivo quella élite di oppressori che Peguy definiva «blocco clerical-clericale e laico-clericale». Prendete ad esempio L’Espresso e Famiglia Cristiana: vi sembrano prodotti diversi anche se l’uno ti porta a spasso con Giorgio Bocca, l’altro ti porta in chiesa con Beppe Del Colle? Vi sembra che Maria De Filippi e Maurizia Paradiso rappresentino show diversi, anche se l’una incarna l’industria pornografica, l’altra la chiesa telecelebrante il giovanilismo delle emozioni e del sogno?
Perchè? Perchè? Perchè?
In verità, in verità vi diciamo che, posto come unico principio indiscutibile quello del Potere (traducetelo come volete, in economia, politica, pubblicità, tirature, audience) tutto il resto è relativo. Ma se tutto è relativo, se siamo piante o fabbriche di emozioni, se un’opinione vale l’altra, perché poi ci fanno la morale?
Perché, direbbe Socci, tutti questi bei discorsi sull’etica? Perché, perché, perché? Comunque sia il risultato è una sorta di schizofrenia che si manifesta – sia a livello del discorso pubblico-mediatico, sia a livello della vita sociale – in una strategia di sopravvivenza oscillante senza soluzione di continuità (senza ragioni, si deve dire) tra il polo dell’affettività e il polo della morale. Ma per quale buona ragione una persona di intelligenza normale dovrebbe convincersi ad abbracciare tutto il “dover essere” moralvaloriale, se tutto il “dover essere” moralvaloriale non ha ragioni e, anzi, alla prova dei fatti viene contestato da una cultura dominante – quella stessa che parla di valori e che ci fa prediche morali – che è fondata sui miti del buon selvaggio e del Narciso sentimentale? Perché, se non c’è significato possibile per l’uomo, ma solo emozioni; se non c’è nessuna verità, ma solo opinioni, ci dovrebbe essere un tempo, e un tempo dell’etica, della giustizia, dell’uguaglianza e della fraternità?
Ne discutiamo, diffusamente, in questo numero.
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