La sfida del fare

Di Bottarelli Mauro
22 Luglio 2004
IN UN PAESE DOVE L’IDEOLOGIA TRASFORMA ANCORA L’AVVERSARIO IN NEMICO, UN GRUPPO DI DEPUTATI E SENATORI HA DECISO DI INFRANGERE IL TABù “CONSOCIATIVO”: L’ESPERIENZA DELL’INTERGRUPPO PER LA SUSSIDIARIETà

La dottrina della sussidiarietà, nata in origine come strumento di difesa della persona di fronte a uno Stato invadente e ingombrante, oggi da fattore difensivo e rivendicativo diventa uno strumento di costruzione della polis e della politica. Abbiamo scelto questa definizione del professor Francesco Botturi per definire quella che, alla luce del declino economico e sociale del paese, riteniamo la sfida più importante e affascinante che ci si pone di fronte: la sfida, appunto, della sussidiarietà. In un momento in cui da più parti si sbandiera il vessillo del riformismo ammantandolo però di particolarismo o peggio di ideologia, per giungere attrezzati di strumenti qualificanti sul campo di battaglia quotidiano è nato l’Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà, un’iniziativa bipartisan voluta da sette deputati (Maurizio Lupi, Angelino Alfano, Gianfranco Blasi e Luigi Casero di Forza Italia, Enrico Letta ed Ermete Realacci della Margherita, Pierluigi Bersani dei Ds) e da una senatrice (il sottosegretario al Welfare, Maria Grazia Sestini). Forte di quattro importanti incontri nel corso dell’ultimo anno, l’Intergruppo conta attualmente 242 deputati (183 deputati e 59 senatori) di quasi tutti i partiti presenti in Parlamento «uniti – come spiega l’azzurro Maurizio Lupi – dalla volontà di creare un’occasione di confronto e dialogo su un tema sempre più attuale come quello della sussidiarietà. L’Intergruppo, inoltre, nasce su sollecitazione della Fondazione per la Sussidiarietà, ente che fornisce anche consulenze e strumenti di lavoro: questo permette ai nostri incontri di essere sempre fattivi, proficui e molto qualificati». Tra i suoi padrini d’eccezione, l’Intergruppo ha annoverato Peter Mandelson, ex special adviser del premier britannico Tony Blair e guru del pensiero progressista che ha partecipato, lo scorso 13 maggio, all’incontro sul tema “Welfare e sussidiarietà”, il governatore della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, ospite, assieme al Presidente della Regione Marche Vito D’Ambrosio, del secondo incontro organizzato a Roma il 17 dicembre scorso sul tema “Dal Welfare State alla Welfare Society: modelli a confronto”. Nel corso dell’iniziativa, il numero uno del Pirellone ebbe modo di esprimere quale fosse la sua visione della sussidiarietà applicata al concetto di welfare in una società in continua evoluzione e dalle innegabili contraddizioni interne. «Naturalmente io non credo che l’intervento dello Stato e della Regione debba improvvisamente e totalmente scomparire; lo Stato e l’amministrazione pubblica devono, al contrario, intraprendere un cammino virtuoso che riconosca, laddove esistono, i tentativi dei singoli, dei movimenti, delle associazioni, dei corpi sociali di rispondere in modo non burocratizzato e non centralista al bisogno delle persone. Questo implica anche un meccanismo di organizzazione diversa della spesa: io non penso ad un welfare al risparmio; io credo che dobbiamo spendere meglio, non di meno; e appena possibile dobbiamo poter spendere di più, oltre che attivare forme di coinvolgimento di capitali privati e di risorse umane non appartenenti alla pubblica amministrazione. Credo che dobbiamo ridistribuire l’impegno pubblico fra le diverse voci del welfare, perché ci saranno dei capitoli che costeranno inevitabilmente di più, come quello della sanità e dell’assistenza agli anziani, e degli altri che devono costare di meno. Il modello in cui credo è quindi quello del Welfare Society. Seguendo questo modello, di fronte alla constatazione dell’esistenza di un problema non si procede con un atto normativo e poi una struttura delegata a rispondere al problema, ma si allarga e si approfondisce la lettura della realtà per vedere chi nella società già sta cercando di rispondere al problema, e quindi si sceglie di sostenere, con strumenti politici ed amministrativi, coloro che del problema si stanno occupando. L’azione politico-amministrativa c’è anche qui, ma non procede dall’alto verso il basso, bensì dal basso verso l’alto. Si ascende dal livello in cui il problema è già affrontato da qualcuno, al livello più alto dove viene deciso il sostegno da darsi dentro a un sistema di garanzie, controlli e regole. Il modello del Welfare State mortifica e annulla la società come soggetto, la riduce ad oggetto di interventi. Il modello della Welfare Society, che è il modello coerente con l’affermazione del principio di sussidiarietà come principio guida della politica, invece, esalta la responsabilità della società, enfatizzando la sua soggettività. Il risultato, in prospettiva, è virtuoso: il bisogno e coloro che hanno bisogno, e non più la struttura per rispondere al bisogno, tornano al centro dell’azione, e questo permette di usare più razionalmente ed economicamente le risorse».
Un concetto, che ampliato in termini generali al di là della questione pur centrale del welfare, per il deputato di Forza Italia, Maurizio Lupi, impone «un’assunzione di responsabilità da parte di tutti in una situazione come quella che stiamo vivendo. Il punto non è l’unità come schema, ma il partire dalla stima reciproca per l’interlocutore, perché questa possa tradursi in azioni concrete ed eventualmente in percorsi comuni. Oggi chiunque si rifaccia a questo spirito è immediatamente tacciato di consociativismo, di fare l’amore con il diavolo Berlusconi o con il diavolo comunista». Di identico parere anche il responsabile economico della Margherita, Enrico Letta, secondo il quale «il problema sta nella solita legge del pendolo che caratterizza molte dinamiche italiane. Da una fase politica in cui i contorni tra maggioranza e opposizione erano molto labili e il ruolo dell’opposizione era sovradimensionato, siamo passati ad un bipolarismo che ci ha portato all’estremo opposto. Oggi siamo arrivati all’assurdo per cui maggioranza ed opposizione si scontrano non su singole cose, ma su una visione generale della vita, come poteva accadere trenta o quarant’anni fa, in termini fittizi. Viene creata una sovrastruttura di scontro ideologico che poi viene applicata in modo surrettizio ai singoli temi e ai singoli provvedimenti. L’effetto di tutto questo è la demonizzazione dell’avversario ed il fatto che in Parlamento non c’è nessuna forma di dialogo né cose fatte insieme. Appena si è trovato uno spiraglio, persone di buona volontà che soffrono questa costrizione hanno cominciato a dire: “Ma perché non lasciamo da parte la sovrastruttura ideologica e cominciamo a ragionare sulle cose?”». Per l’esponente diessino ed ex ministro, Pierluigi Bersani, «per fare delle riforme in Italia di coraggio ce ne vuole, e noi una riforma delle pensioni l’abbiamo fatta. Ma il problema è la struttura fondamentale che il paese deve avere per ritrovare la fiducia. Ci vuole una riorganizzazione del welfare rivolta ai giovani, che sono i più esposti e i meno garantiti, e non sarà un welfare che costa meno. E allora si arriva al punto: questo è un paese che ha bisogno come il pane di sfide dove l’asticella è molto alta, fedeltà fiscale, fedeltà contributiva, spirito civico. Se non c’è questo come si fa a guardare avanti? Se prendi questo filo allora tutto viene di conseguenza. Allora aiuterai chi delocalizza una parte della sua attività all’estero, perché oggi se non sei piazzato a produrre nel mondo alla fine non riesci a produrre neanche in Italia. Investirai soldi pubblici nella ricerca perché la pmi da sola non ce la fa. Avrai qualche elemento difensivo tattico contro le produzioni altrui, per prenderci il tempo necessario alla nostra ristrutturazione, spingendo per norme internazionali che riguardano la sicurezza, l’ambiente, la tutela della salute, ecc. Concluderai accordi con le medie imprese capaci di internazionalizzazione perché affianchino la piccolissima impresa, che da sola non può più affacciarsi sui mercati e però non deve sparire, perché il sistema verrebbe deprivato di contenuti artigianali, qualitativi, creativi. Accentuerai un programma di liberalizzazione per suscitare un po’ di mercato interno, di investimenti, ecc. Tutte misure che nell’arco di due o tre anni possono ottenere qualcosa e incoraggiare le imprese». Sulla medesima strada è anche il deputato della Margherita, Ermete Realacci, secondo il quale «bisogna fare un enorme investimento in ricerca e sviluppo, in maniera intelligente, incrociandosi col sistema produttivo. Ho qualche dubbio sulla necessità di aumentare le dimensioni dell’impresa: credo che si possa avere un livello di competitività elevata mettendo in rete i piccoli, coerentemente al contesto economico, sociale, territoriale italiano».
In tema di riforme ha le idee molto chiare Enrico Letta: «Vado per titoli, senza declinarli. Prima cosa: c’è bisogno di far crescere la dimensione di impresa, questa oggi è la priorità. Oggi se tu non fai politiche fiscali che incentivino la fusione tra le medie imprese italiane, rischi la marginalizzazione e di far uscire dal mercato una buona fetta del nostro sistema imprenditoriale. Secondo punto: gli interventi di incentivazione all’attività di impresa devono essere selettivi, mirati a chi fa innovazione. Terzo tema: forte impegno sulla internazionalizzazione, che vuol dire non parole, ma un impegno dell’ente pubblico e della rappresentanza sociale (Camere di Commercio, Confindustria, Confartigianato, Confcooperative, ecc.) a considerare questo tema come il tema prioritario. Quindi da una parte risorse pubbliche ai distretti industriali che fanno internazionalizzazione, dall’altro le rappresentanze sociali devono concentrare qui la metà del proprio lavoro, perché è un tema che il piccolo imprenditore da solo non potrà mai affrontare. Quarto, la formazione e l’istruzione di alto livello: bisogna fare un grosso lavoro per alzare il numero dei laureati in Italia, per favorire le eccellenze, per mettere in competizione le università fra di loro. Quinto, una riforma del welfare che dia fiducia e non spaventi». Per Luigi Casero, responsabile economico di Forza Italia, è fondamentale soffermarsi «sulla metafora dell’“asticella alta”, che trovo molto giusta. è necessario un impegno bipartisan a non abbassare l’asticella, a non fare promesse che poi non possono essere mantenute. Ad esempio sulle pensioni: tutti siamo convinti che ci sia la necessità di intervenire e di spiegare al paese che, se vogliamo lo sviluppo, forse è più utile che le risorse non finiscano ad un sessantenne che se ne sta in pensione e può lavorare ancora 5 anni, ma che ad esempio finiscano nella politica per gli anziani, per gli ottantenni non autosufficienti, ecc. Ai punti già detti aggiungerei che è necessario, per esempio, intervenire sul sistema bancario, che in questo momento non permette lo sviluppo dell’impresa italiana. E, ultimo punto, esiste la necessità di investire in ricerca, ma operando delle scelte qualitative: molti ricercatori universitari fanno un grande lavoro, altri no». In poche parole, per riassumere lo spirito che anima l’Intergruppo ma che dovrebbe anche essere filo conduttore di un’azione che passa attraverso il Meeting per giungere alle stanze dei bottoni, Maurizio Lupi non ha dubbi: «Questo paese lo cambia chi è capace di non guardare all’interesse di breve periodo, che garantisce il consenso, ma di investire nel futuro. Per questo crediamo che questa iniziativa possa rappresentare un contributo al cammino di riforme istituzionali di cui il nostro paese ha bisogno. Molto è stato fatto, ma c’è ancora da fare. Il messaggio allora è: ci sono poche risorse, uniamo le volontà per destinare queste risorse all’eccellenza e alla qualità, resistiamo alla tentazione di distribuirle a pioggia!». Proviamoci, per favore: se questo fosse lo spirito che anima l’intera scena politica sicuramente non avremmo assistito alle baruffe chiozzotte di questa assurda crisi estiva.

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