Il passo lento

Di Da Rold Gianluigi
22 Luglio 2004
CHE COSA è IL RIFORMISMO? UN MIX DI REALISMO, CONCRETEZZA E VOGLIA DI FARE CHE ACCOMUNA SOCIALISTI, LIBERALI E CATTOLICI

Ci sono alcuni che affermano: il termine riformismo è connaturato, presuppone il termine socialismo. è una tesi avvalorata dalla storia del Novecento e forse da ancora prima, dai tempi della Prima Internazionale. Già la Seconda Internazionale era guidata da riformisti. In “casa comunista”, in “casa bolscevica”, i riformisti venivano considerati “rinnegati”. Così Lenin definiva il tedesco Karl Kautsky. Ma anche nei partiti socialisti e socialdemocratici europei, soprattutto in quelli italiani, c’era un’ala di sinistra che contrastava il riformismo definito “collaborazionista” con il capitalismo, “di destra” e, in tempi di stalinismo, con l’epiteto infamante di “socialfascismo”. Alla luce dei grandi contrasti storici nei partiti del movimento operaio, potremmo scoprire sottili distinzioni, dibattiti ideologici infuocati, regolamenti di conti assurdi, per arrivare alla “guerra della filologia”, che in politica c’entra come i cavoli a merenda.
Personalmente non ritengo il riformismo una “sottocategoria” oppure “un’opzione meritoria” del socialismo. Credo che esista invece il “passo lento” della storia degli uomini che vogliono migliorare le loro condizioni di vita; ritengo che esista una posizione realistica, non ideologica, che si adatta alle differenti situazioni sociali per un’evoluzione positiva; penso ancora a una “cultura del fare” che, magari partendo da diverse posizioni ideali, antepone la concretezza dell’azione, del tentativo gratuito e generoso per il bene comune, a quello del programma ideologico aprioristico che ha in mente di risolvere ogni problema sociale e di fondare il “paradiso in terra”.
Se ci basiamo su questo tipo di riformismo, siamo costretti ad ampliare la categoria di quella che si può chiamare la “famiglia riformista”. Come classificare il liberal-democratico Giovanni Giolitti, che tenta di risolvere, con le maggioranze che ha a disposizione, i problemi italiani del primo Novecento, anche quello delle “classi numerose”? Come definire i cattolici che magari si estraniavano dalla politica, ma erano attivissimi in campo sociale, fondando opere a tutto campo e, nello stesso tempo, organizzando i sindacati nelle filande e fondando le “cooperative bianche” nella Bassa Padana? Come inquadrare quei “mazziniani”, polemici con la monarchia italiana, che pure avevano una parte importante nella costituzione delle società operaie di mutuo soccorso e in grande parte del movimento cooperativo? Che dire di un comunista come Giorgio Amendola che, negli anni Settanta italiani, unico nel Pci berlingueriano, attaccava apertamente i sindacati per la loro posizione di chiusura totale contro “chi tocca la scala mobile”, sostenendo al contrario che in economia “tutto cambia”?
Quando penso a una concezione riformista, personalmente penso a un mix di realismo, di concretezza, di voglia di fare e di idealità popolare. Il contrario esatto delle posizioni radicali, delle contrapposizioni ideologiche, della rigidità, della voglia del “dovere” e non della coscienza dell’esistente, della reale condizione umana. Non riesco a coniugare riformismo con un basso profilo di dibattito politico. Al contrario, penso che la divisione e anche la contrapposizione sui problemi è sempre necessaria, deve anche essere dura, ma è soprattutto più utile, più feconda dello scontro su idee astratte, su costruzioni ideologiche.
Vorrei dire di più. Non penso neppure che il riformismo sia una politica a “scarto ridotto”. E questa non è una visione solo di sinistra, spesse volte è anche di destra. Il filosofo Karl Popper, ad esempio, sosteneva che in una società bisogna stare attenti a cambiare: bisogna usare il metodo delle riforme “a spizzico”. Pur apprezzando Popper, ritengo che il riformismo sia innanzitutto un metodo che ti permette di affrontare le grandi innovazioni economiche e sociali, che ti incoraggia con il “fare” a misurarti con il futuro, che ti sprona a moderare le contraddizioni di una società umana che, proprio perché umana, sarà sempre imperfetta.
Non è forse questa assenza di metodo riformista il problema attuale della società italiana? Il tasso di litigiosità, di contrapposizioni “planetarie”, di concezioni del mondo totalizzanti, sia da una parte che dall’altra del cosiddetto “bipolarismo italiano”, non è forse la spia migliore per comprendere che il metodo riformista non è stato ancora appreso?

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