Se questo non è un genocidio
Stavolta il gioco delle tre carte non funzionerà. Basta ascoltare le dichiarazioni e guardare le facce di Kofi Annan, di Colin Powell e di Tony Blair per capire che le inesauribili abilità manipolatorie di Omar al Bashir e del suo governo militar-fondamentalista sono arrivate al capolinea. Per anni il regime di Khartum è sfuggito con funambolismi arditi e sempre nuovi alle responsabilità più schiaccianti: l’ascesa di Osama Bin Laden e di Al Qaeda, ospiti per sei anni del Sudan; la complicità nell’attentato alla vita di Hosni Mubarak nel 1995; il sostegno logistico all’Lra ugandese responsabile di migliaia di uccisioni, rapimenti e stupri nell’Uganda settentrionale; le gigantesche violazioni di tutti i diritti della popolazione civile del sud Sudan nei lunghi anni della guerra civile. Ma le bugie a raffica circa la sanguinosa crisi del Darfur (cfr. Tempi n. 19/2004) hanno fatto traboccare il vaso e spinto Onu, Usa e Regno Unito a minacciare misure punitive. Chiamate a rispondere delle atrocità sui civili compiute dai loro soldati e soprattutto dalle milizie janjaweed (30mila morti, 1,2 milioni di sfollati e profughi, centinaia di villaggi distrutti, 300mila persone a rischio di carestia) infatti, le autorità sudanesi hanno prima negato l’esistenza dei guerrieri a cavallo, poi li hanno definiti “unità delle forze popolari di difesa” che non potevano essere sciolte fintanto che durava la ribellione dei guerriglieri del Darfur, infine ne hanno annunciato l’imminente scioglimento ed il rinvio a giudizio per quelli fra loro che si erano macchiati di crimini (17 si trovano attualmente sotto giudizio). Solo su di un punto restano irremovibili: i janjaweed, autori di massacri, razzie, stupri sistematici e azioni di pulizia etnica volte ad “arabizzare” una fascia di territorio abitata prevalentemente da etnie africane sedentarie, non hanno nulla a che fare col governo, né da esso sono stati utilizzati come arma strategica per soffocare la ribellione nel Darfur.
Osman Taha, la mente dietro gli orrori
Peccato che una lunga scia di documenti e testimonianze punti esattamente nella direzione opposta: le brutalità dei janjaweed evocano complicità politiche fino ai livelli più alti dello Stato, e cioè dai commissari provinciali ai governatori regionali (il Darfur è diviso in tre Regioni) fino alla persona del vicepresidente Ali Osman Taha. Dietro alle loro imprese ci sarebbe cioè il più caratteristico esponente della duplicità del regime, protagonista dei negoziati che hanno portato all’accordo di pace coi ribelli sudisti dell’Spla nel maggio scorso, ma anche il sospettato numero uno della connection sudanese nell’attentato a Mubarak di nove anni fa. A rivelarlo sono stati Donald Payne, deputato democratico del Congresso esperto di questioni sudanesi e membro del Black Caucus (parlamentari democratici afroamericani) e Ted Dagne, specialista per l’Africa del Servizio ricerche del Congresso. Costoro sostengono che Musa Hilal, il leader riconosciuto delle milizie arabe janjaweed, è stato scarcerato poco più di un anno fa per interessamento personale del vicepresidente Taha, che in lui ha visto l’uomo giusto per cambiare la faccia del Darfur. Stava infatti scontando una pena per delitti compiuti nel 2002, ma già era stato incarcerato nel 1997 per complicità nell’uccisione di 17 persone di una tribù nemica nel corso di una delle tante guerricciole fra nomadi arabizzati e contadini africani che da sempre scandiscono la vita nel Darfur, ma che si sono intensificate negli anni Novanta. Oggi Musa Hilal si vanta di essere il “grande sceicco” responsabile del destino di 300mila arabi nel Sudan occidentale e della loro organizzazione militare: «Quando il governo ha introdotto un programma per armare tutta la gente, non nego che ho rivolto un appello ai nostri figli perché raccogliessero le armi, e loro hanno aderito».
Pare in realtà che il galeotto graziato Hilal abbia fatto qualcosa di più che incoraggiare i giovani a difendere la tribù. Secondo la testimonianza di un disertore dei campi di addestramento dei janjaweed tre volte alla settimana un elicottero militare atterrava nel campo e scaricava armi, munizioni e cibo. Un bel giorno dall’elicottero è sceso Hilal rivestito di un’uniforme militare e ha tenuto un discorso sulla necessità di combattere gli africani. Successivamente Hilal è stato visto più volte tornare da raid contro i civili disarmati di vari villaggi a bordo di un fuoristrada carico di refurtiva, circondato da janjaweed a cavallo o a dorso di cammello. Nella lista di ufficiali governativi complici dei janjaweed stesa da Payne ci sono altri sette nomi, fra cui quello del generale dell’aviazione Abdullah Safi Nur, ex commissario provinciale nel Darfur e cugino di Hilal.
Stupri incoraggiati dalle donne dei miliziani
Il 19 luglio scorso Human Rights Watch (Hrw) e Amnesty International (Ai) hanno diffuso due rapporti sul Darfur che mettono pesantemente sotto accusa le autorità. Nel primo, intitolato “Documenti dal Darfur confermano la politica del governo di sostegno alle milizie” si legge che «centinaia di testimoni oculari e di vittime degli attacchi hanno reso testimonianze circa lo stretto coordinamento fra le forze governative e i loro partner delle milizie nel conflitto. Ai capi ed ai membri delle milizie sono stati forniti armi, equipaggiamenti per la comunicazione, salari e uniformi da parte di ufficiali governativi, ed hanno partecipato ad attacchi di terra congiunti con forze governative contro civili… Ci sono notizie che i membri delle milizie appoggiate dal governo, invece di essere disarmati, vengono assorbiti nella polizia e nelle forze paramiliatari operanti nel Darfur». I documenti che implicano direttamente le autorità nelle operazioni dei janjaweed chiamano in causa personalità che «vanno da un viceministro del governo centrale ai più alti livelli dell’amministrazione civile nel Darfur, cioè il governatore, ai commissari provinciali e ufficiali locali… Questi documenti comprendono ordini per il reclutamento di altri miliziani, per la fornitura di sostegno militare ai gruppi etnici alleati e, in un caso, dispongono una parziale immunità per abusi compiuti dalla milizia janjaweed contro i civili».
Nel documento di Ai, che mette a fuoco il tema delle violenze sessuali sotto il titolo “Darfur: lo stupro come arma di guerra: la violenza sessuale e le sue conseguenze”, si ribadisce che «queste violazioni dei diritti umani sono state compiute in modo sistematico dai janjaweed spesso in coordinazione coi militari sudanesi e l’aviazione, con totale impunità, e hanno avuto come vittime principalmente membri delle comunità fur, masalit e zaghawa… Una grande quantità di informazioni indicano la responsabilità del governo sudanese nelle violazioni dei diritti umani compiute nel Darfur». Il rapporto di Ai raccoglie racconti di testimoni e vittime delle migliaia di stupri sistematicamente compiuti dai miliziani a cavallo per umiliare e intimidire le popolazioni nemiche. Particolari sconvolgenti dei racconti sono l’età delle vittime (dagli 8 agli 80 anni), l’abitudine dei violentatori di spezzare loro le ossa per impedirne la fuga ed il fatto che le donne dei janjaweed, chiamate hakama, partecipano alle “imprese” dei loro uomini con grida e canti di incoraggiamento nel mentre che gli stupri hanno luogo.
I documenti che emergono sembrano inoltre confermare l’esistenza di un vero e proprio programma di arabizzazione del territorio. Un documento del commissario provinciale di Kutum dispone provvedimenti per evitare «il ritorno delle forze fuorilegge nelle aree che erano solite occupare» e raccomanda di «stendere un piano per il reinsediamento di nomadi in aree da cui i fuorilegge si sono ritirati, a partire da una missione sul campo e operazioni di valutazione». Hrw ha raccolto informazioni circa nomadi arabi del confinante Ciad che vengono incoraggiati ad attraversare la frontiera e stabilirsi nelle terre abbandonate dagli africani in fuga. A completare il quadro arriva il progetto del ministro degli Interni Abdel Rahim Mohammed Hussein per la creazione di 18 “insediamenti” dove sarebbero concentrati 1,2 milioni di sfollati africani dalle zone dei combattimenti. C’è da meravigliarsi che al Consiglio di Sicurezza si discuta di sanzioni al Sudan?
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