ODISSEA, IN CORSO, NEL MARE DELLA SCUOLA
Carissimo Direttore, sono Adriana, una donna di 33 anni, sposata, mamma di due meravigliosi bambini, che ha un solo difetto: è un’insegnante precaria che adora insegnare! Eh, sì. è un difetto avere questa passione, è un desiderio destinato a non realizzarsi. Così sembra in questa torrida e tormentata estate 2004.
Laureata dal 1996, dopo avere insegnato due anni in scuole legalmente riconosciute, in attesa del concorso per ottenere l’abilitazione, che esce nel 2000, lavoro per tre anni come referente delle relazioni esterne in un’opera grande e bella: il Club di Papillon e la Guida Critica e Golosa di Paolo Massobrio, un caro amico. Faccio il concorso riservato, non l’ordinario, perché nasce il mio primo figlio Lorenzo il 28 dicembre 1999 proprio a ridosso dei giorni della prova scritta, e dal 2000 al 2002 lavoro con due supplenze annuali nelle scuole statali. Chiunque al posto mio avrebbe pensato: «Perfetto! Devo solo pazientare qualche anno con supplenze annuali, poi avrò il posto fisso!!!». Dal momento in cui ho formulato questo pensiero, è successo il casino! Nel 2002 nasce il mio secondo bambino, Giovanni, mentre lavoro al liceo classico di Alessandria.
A settembre 2002 la doccia fredda: coloro che hanno fatto la Ssis (Scuola di Specializzazione per Insegnamento Secondario) mi sono passati davanti in graduatoria, con il bonus di 30 punti e i voti altissimi di abilitazione (quasi tutti avevano preso il massimo: 36 punti). Avrei dovuto essere terza o quarta e mi ritrovo undicesima nella graduatoria A052, quella di latino e greco al liceo classico dove per un insieme di circostanze mi trovo ad avere più servizio. Questo significa una cosa sola: non lavorerò il prossimo anno. Infatti alle nomine per le supplenze i pochi posti vengono assegnati a quelli che hanno fatto la Ssis. Io, come previsto, non vengo convocata. O mi metto a fare questo corso di due anni o non lavorerò più nella scuola. Molte mie colleghe, trovatesi in situazioni simili alla mia, hanno dovuto scegliere di cambiare lavoro, perché avevano bisogno di lavorare con continuità. Io, con l’appoggio di marito e nonni, posso lanciarmi in questi due anni folli (obbligo di frequenza mattino e pomeriggio, per cui impossibile lavorare; fuori sede, a Genova; 30 esami sostenuti in due anni, pesanti e su argomenti desueti; spese numerose: iscrizione, libri, viaggio, testi…). Esco dall’esame finale con 77/80, che vuol dire il massimo dei punti in graduatoria, che significa essere prima in graduatoria, quindi poter lavorare da settembre, anche se magari non di ruolo, ma come supplente, significa finalmente potere fare il lavoro che mi piace tanto!!! Ma… in agguato c’è un altro mutamento in corso: quando a giugno diventa legge il decreto di apertura delle graduatorie, qualcuno al governo vota degli emendamenti agghiaccianti: si conferisce il doppio punteggio a chi insegna in scuole di montagna e nei penitenziari; ma soprattutto si consente di utilizzare il punteggio accumulato su una determinata classe di concorso su altre dove non si è lavorato ma si ha l’abilitazione, facendolo valere metà.
Adesso, 29 luglio 2004, so per lo meno che questi emendamenti non saranno retroattivi, so che ci saranno ben otto (!!!) posti di ruolo per le cattedre di lettere in tutta la provincia di Alessandria; adesso so anche che le supplenze verranno assegnate a fine agosto (se qualcuno avesse prenotato le vacanze sappia che queste sono altamente a rischio). Tutto a posto, quindi? No! Neanche così ho la certezza di lavorare il prossimo anno pur essendo seconda in graduatoria!
Mi chiedo tante cose: perché un insegnante non può fare il suo lavoro? Perché non hanno più bandito concorsi dal 1990 al 2000 proprio perché c’erano già molte persone abilitate che attendevano un posto fisso, e ora invece continuano a sfornare persone abilitate all’insegnamento ma destinate alla disoccupazione? Perché la riforma della scuola questo problema non lo affronta?
Adriana Canepa
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