Pensioni e bugie
«E non è un conflitto di interessi, come altri, quello incarnato da diverse organizzazioni sindacali che pretendono di definire le regole della previdenza complementare, del collocamento e della formazione e poi di offrire i relativi servizi?». Sapete chi ha detto queste cose, chi ha esplicitato questi concetti di buon senso che in Italia rischiano invece di passare per ultraliberismo e attacco alla classe lavoratrice? Nicola Rossi, deputato Ds ed economista di riferimento di Massimo D’Alema nel suo libro Riformisti per forza. La sinistra italiana dal 1996 al 2006. Già, perché in questo paese dove i sindacati strepitano contro la riforma delle pensioni e più in generale contro la riorganizzazione del welfare, con Savino Pezzotta in prima fila intento a rilasciare minacciose interviste al Corriere della Sera preconizzando un autunno caldo e movimentato, succedono cose molto interessanti. Prima di cominciare il nostro viaggio all’interno dell’ipocrisia sindacale in materia di previdenza, infatti, bisogna fare un salto indietro nel tempo, esattamente al 1999, anno in cui l’Italia ancora fioriva e rifulgeva grazie alla presenza al governo dell’Ulivo. La primavera di quell’anno fu caratterizzata dalla trattativa tra sindacati, Federmeccanica e governo per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici, da sempre bacino d’utenza privilegiato della Triplice insieme alla scuola. Per qualche mese le trattative furono caratterizzate da un andamento da stop and go, con irrigidimenti alternati delle parti seguiti da aperture che lasciavano aperta la porta del dialogo: poi, l’intervento del governo sbloccò il tira e molla consentendo la firma del cosiddetto protocollo d’intesa dell’8 giugno.
Un successone, quelli dell’Ulivo sì che sanno come si fanno gli accordi! Peccato che tanto interesse non fosse da mettere in relazione con la volontà di garantire sviluppo e giustizia sociale ma bensì con la presenza, all’interno del mero contratto di lavoro, di una torta da 3mila miliardi di vecchie lire da lì al 2006. A tanto ammontava infatti la mole di denaro che, attraverso l’accordo di giugno, la Triplice ha potuto gestire attraverso il prelievo percentuale del Tfr (trattamento di fine rapporto) nel fondo integrativo Cometa. Cattiverie? Non proprio, basti infatti dire che in tutta la piattaforma si parlava di un unico aumento: quello della percentuale di trattenuta sul Tfr per i fondi pensione integrativi. Nessun aumento di retribuzione, nessun vantaggio economico di alcun tipo, nessun reinserimento di clausole contrattuali in favore dei lavoratori ma soltanto l’aumento dal 18 al 40% della trattenuta sul Tfr per il fondo Cometa. Un aumento del 22%, niente male se confrontato con la richiesta di adeguamento del salario pari al’1,5%. In compenso nelle fabbriche si continuava e si continua a paventare il fantasma degli scioperi, la manfrina della classe operaia che deve difendersi dai padroni. Una bella faccia tosta, a ben vedere: si chiedono le briciole per i lavoratori, si punta a gestire un capitale di 3mila miliardi insieme a Federmeccanica e contemporaneamente si minacciano scioperi. Contro chi? Forse contro la propria ipocrisia. La stessa che vede i privilegiati che andranno (o sono già andati) in pensione senza che per anni fosse stata versata una sola lira di contributi in loro favore guidare le migliaia di pensionati e pensionandi che trimestralmente attraversano le principali città italiane per protestare contro la riforma della previdenza. Già, perché in questo straordinario paese esiste una legge risalente al 1974 che prende il nome da Giovanni Mosca, deputato socialista e, guarda caso, leader della Cgil, il cui contenuto andiamo a illustrarvi. La legge fu presentata come un provvedimento destinato a sanare la situazione di qualche centinaio di persone, che nei decenni successivi al Dopoguerra avevano lavorato per sindacati o partiti politici più o meno in nero, cioè senza che a loro nome fossero stati versati all’Inps i contributi dovuti. Bastava una semplice dichiarazione del rappresentante nazionale del sindacato o del partito e si potevano riscattare, al costo dei soli contributi figurativi, interi decenni di attività, a partire dagli anni Cinquanta. E come lasciarsi scappare una manna del genere: proroga dopo proroga (l’ultima è scaduta nell’aprile del 1980) la legge Mosca è diventata un bastimento sul quale sono saliti quasi 40mila lavoratori – reali o presunti – di sindacati e partiti politici e che ha procurato alle casse dell’Inps un aggravio valutato in 10 miliardi di euro. Qualche nome di beneficiario vip della legge Mosca? Pronti: Armando Cossutta, Achille Occhetto, Giorgio Napolitano, Sergio D’Antoni, Pietro Larizza, Franco Marini, Ottaviano Del Turco. Pensioni che, danno e beffa, si sono andate ad accumulare a sostanziosi vitalizi parlamentari o ad altri trattamenti previdenziali. E come ci ricorda Fausto Carioti in un suo articolo «accanto a questi personaggi noti, un esercito di funzionari più o meno oscuri. Chi è ricorso alla maxi sanatoria previdenziale – perché di questo, in fin dei conti, si è trattato – sono stati soprattutto il Pci e la Cgil. Botteghe Oscure regolarizzò la situazione di circa ottomila funzionari, mentre il sindacato rosso sanò le posizioni di qualcosa come 10mila dipendenti. Ovviamente, come lecito attendersi in questi casi, molti ne hanno approfittato per farsi una pensione gratis senza averne diritto. Le tante inchieste avviate dalle procure di mezza Italia tra il 1995 e il 1996 portarono alla luce casi clamorosi, come quelli di funzionari che dichiaravano di aver iniziato a lavorare sin dalla tenera età di cinque anni, oppure quando il loro sindacato o il loro partito ancora non esistevano. Non solo. Un’altra leggina, votata ai tempi dell’Ulivo, garantisce ad alcuni sindacalisti la possibilità di vedersi moltiplicare per due i contributi pensionistici e quindi, di fatto, di ottenere una pensione doppia. Lo statuto dei lavoratori prevede che ai dipendenti in aspettativa per lo svolgimento di incarichi sindacali siano versati, a carico dell’Inps, i soliti contributi figurativi, calcolati sulla base dello stipendio non più versato dall’azienda di provenienza. Un decreto legislativo del 1996, firmato dall’allora ministro del Lavoro Tiziano Treu, uomo vicino alla Cisl, prevede però che i sindacalisti in aspettativa possano godere di un ulteriore versamento da parte del sindacato. Lo stesso privilegio è garantito ai sindacalisti distaccati: quelli, cioè, che continuano a percepire lo stipendio dell’azienda privata o dall’ente pubblico di provenienza pur lavorando esclusivamente per il sindacato. In base agli ultimi dati disponibili, a godere di questo regime speciale di doppio contributo – in vista di una pensione moltiplicata per lo stesso fattore – sono 1.793 sindacalisti, dei quali ben 1.278 fanno capo alla Cgil».
Ma le pensioni non sono il solo caso in cui i sindacati e i loro rappresentanti si trovano a godere di regole sociali calibrate su misura. Alle organizzazioni sindacali, per citare l’esempio più clamoroso, non si applica l’obbligo di reintegro previsto dall’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, contro la cui abolizione Cgil, Cisl e Uil minacciarono la guerra civile contro il duce Berlusconi. In altre parole, i sindacati sono liberi di licenziare i loro dipendenti senza correre il rischio di doverli riassumere se un giudice dovesse decidere che il licenziamento è avvenuto senza una giusta causa: evviva il sindacato, evviva la rendita!!
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