L’INNOMINATO MANLIO
«Per me la realtà era una cosa bella, più bella di qualsiasi teoria o sogno. Al cattolicesimo, al catechismo devo la libertà dalle schiavitù ideologiche». Con queste parole Manlio Cancogni, giornalista e scrittore toscano, descrive il suo ritorno alla fede dopo una vita spesa su posizioni laiche, vicine all’azionismo ed all’agnosticismo.
Nella vita ci sono incontri che possono cambiare l’esistenza. Per Cancogni un momento decisivo fu la conoscenza di Angelo Roncalli, il futuro Papa Giovanni XXIII. «Lo incontrai in Grecia, nel 1942. Io insegnavo nelle scuole italiane, lui era nunzio apostolico a Istanbul. Parlandogli cercavo di accentuare la mia malinconia, lo spleen di un giovane sensibile e affranto dalle sciagure della terra. Ma lui capì subito che, in realtà, dietro il farsi carico del peso del mondo, si celava soltanto un ventiseienne egoista. Sorrideva, mentre io mi chiedevo come mai non intuisse la grandezza della mia anima. Lo vedevo sereno, e non lo comprendevo. Col tempo avrei capito: la serenità è una grazia cristiana, mista di gioia per la fede e di speranza verso il futuro. Mentre la malinconia è maledettamente miscredente, ripiegata su stessa, vicino all’accidia e alla noncuranza degli altri».
Oggi, in tempi di nichilismo galoppante, Manlio Cancogni è un credente convinto. Manzoni a Manhattan. Storia di una conversione è il titolo dell’ultima fatica narrativa dello scrittore toscano (Diabasis). De I promessi sposi, Cancogni ama ricordare la crisi e la conversione dell’Innominato: «È uno dei passi più intensi del libro. L’Innominato, nel suo castello, attende l’arrivo di Lucia. “Un qualche demonio – ripete a se stesso – ha costei dalla sua”. Lo sussurra alla sua anima mentre, ritto in piedi, osserva sul pavimento della stanza il quadrato della finestra tracciato dal riflesso della luna, vergato verticalmente e orizzontalmente dalle sbarre che serrano la finestra. Una ricchezza di particolari che attira nel gorgo di una conversione. Nessun altro scrittore contemporaneo del Manzoni o coevo ha saputo riprodurla con la stessa efficacia. Neppure Balzac». Cancogni si interrompe per un attimo, assorto dietro a chissà quali pensieri. Poi riprende a parlare. «Sono tra le pagine più belle della letteratura europea. Io ho cominciato a rileggerle negli Usa, quando insegnavo in un college femminile. Leggevo e coglievo la forza, il fascino di una storia cattolica e italiana».
Oggi I promessi sposi è diventato la preghiera di un uomo che ha riscoperto la fede. «Lo leggo – sorride Manlio – insieme a mia moglie. Lo rileggiamo e avvertiamo un senso di conforto e di serenità». Mentre gli occhi dello scrittore toscano divorano le pagine della conversione dell’Innominato, fuori scorre la solita Italia. «Il problema è l’immaginazione. Anche in politica, viene considerata una dote positiva: “l’immaginazione al potere” e via discorrendo. Ma non è così. Anche Hitler aveva moltissima immaginazione… Ma la mente che crede di impadronirsi del reale è vittima di un inganno e l’uomo, all’apparire del vero, prima lo nega, poi si ritira e resta imbronciato fra i simulacri dei suoi sogni».
Massimiliano Lenzi
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