FIDO VAL BENE UNA FORCA

Di Marina Corradi
05 Agosto 2004
C’è un guinzaglio annodato come un cappio per impiccarsi, e una grande scritta

C’è un guinzaglio annodato come un cappio per impiccarsi, e una grande scritta: «Chi condanna a morte un amico si merita una condanna a vita. Abbandonare un animale non è solo un gesto ignobile, è un reato». In piccolo, a lato: «I nostri “clienti” porgono la zampa per ringraziare chi generosamente ha offerto questo spazio». Generosamente davvero, perché lo spazio in questione è quasi un quarto di pagina del Corriere, cronaca di Milano, e costa diverse migliaia di euro. L’omaggio di un cinofilo ricco. E severo: quel cappio, al di là delle parole, suggerisce piuttosto l’impiccagione che l’ergastolo, per chi ammazza un cane.
Ora, provate a immaginare che, invece che di canicidi, si parli di banali omicidi, e che con un’analoga immagine forcaiola si suggerisca che un assassino meriterebbe la forca. Potete pensare il casino che verrebbe fuori, da Amnesty International a Nessuno tocchi Caino: diamine, per una pubblicità che sia pur per immagini occhieggi alla pena di morte, giustamente scoppierebbe un putiferio. Ma qui non si parla di assassini di uomini, per i quali nel nostro paese, culla del diritto, c’è un ampio ventaglio di attenuanti e sconti di pena, per cui difficilmente un omicidio costa trent’anni, e anzi a volte ne bastano otto o dieci, e anche meno, e si chiama “garantismo” e nessuno dice niente, salvo i familiari dell’ammazzato. Qui si parla di assassini di cani, e nell’onda fremente della sbornia animalista, non pare ripugnante suggerire, per carità, non apertis verbis, che un cane morto, moralmente, vale la forca. Ora, uno che dissenta da questa novella visione dei delitti e delle pene deve per prima cosa chiarire che gli son simpatici i cani, e mai ne ammazzerebbe uno. Tuttavia, nell’ansia d’equiparare la vita d’una bestia a un uomo c’è qualcosa sragionante, che vale la pena d’indagare. I cani sono quelli di sempre, ma non lo siamo noi con loro. Ai cani del Dopoguerra si dava un osso sotto il tavolo, e via. Adesso: cibi ipervitaminici, collari con gli strass, culle imbottite, giocattoli da fare invidia ai bambini. Il fatto è che tanti cani fanno le funzioni di figli che non ci sono. Li vedi, nelle città, soprattutto nei quartieri per bene. Cani di lusso splendidamente curati, amorevolmente vezzeggiati da padroni single. Tommaso, Andrea, Bernardo, chiamano, ma è il cane. Amato teneramente come un bambino. Che non cresce mai, che non li giudicherà mai sprezzante, come ogni adolescente. Un cane è l’essere più facile da amare. Ti adora comunque. In lui, in fondo, puoi non amare che te stesso. E un essere così adorabile va difeso con ogni rigore. Condanne a vita. «Quando amiamo troppo gli animali, li amiamo a spese degli uomini», ha detto Sartre, e per una volta aveva ragione.

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