Germania: SPD a pezzi, Cdu senza leadership
Il fantasma di una sinistra agonizzante si aggira per l’Europa: è la Spd si Gerhard Schroeder che dopo il massacro elettorale nella Saar (dal 44,4% è scesa al 30,2%) non solo si appresta a incassare sconfitte epocali nelle elezioni in Sassonia, Brandeburgo e Nord Reno-Vestfalia, ma deve fronteggiare una imponente ondata di manifestazioni e scioperi antigovernativi. Nell’occhio del ciclone sono le famigerate riforme Hartz, un pacchetto di provvedimenti annunciati dal governo rosso-verde e prodotti da un team di esperti presieduto dal santone della Volkswagen (amico personale
di Schroeder), Peter Hartz. Schroeder, che ha un posto “congelato” nel consiglio d’amministrazione Volkswagen, sta cercando di imprimere una stretta soprattutto alle Hartz IV, le misure riguardanti il mercato del lavoro. Un punto dolentissimo per Schroeder, la cui coalizione di governo vanta un primato di disoccupazione poco invidiabile. Nell’Est il tasso medio di disoccupazione è del 18,5% (con picchi oltre il 20%), doppio rispetto a quello nazionale e dovuto anche al fatto che l’entità dei sussidi di disoccupazione è tale da indurre i disoccupati a non cercare un impiego. Nel frattempo i grossi gruppi industriali fanno da sé, cancellano la concertazione a livello nazionale (la Bmw paga salari diversi ai lavoratori di Monaco rispetto a quelli di Lipsia) e siglano contratti specifici volti all’aumento della produttività (leggi più ore, oltre le 38,5 previste a livello nazionale, allo stesso salario). Dal canto loro i sindacati hanno già ceduto sulla cosiddetta Steinkuehlerpause, una pausa di 5 minuti per ogni ora lavorativa, mentre il tessuto industriale tedesco viene eroso dalla fuga delle aziende all’estero, dove il costo della manodopera è più basso e la pressione fiscale è più ridotta. Senza guardare troppo lontano, nessuno dei nuovi membri Ue confinante con la Germania prevede un’aliquota flat rate superiore al 20%, laddove in Germania la discussione è se fissarla al 30%, se introdurre una tassazione per scaglioni oppure se mantenere l’aliquota progressiva in vigore con qualche correzione. Ma se la Spd aveva promesso grandi riforme e i tedeschi ancora le aspettano, il frondista Oskar Lafontaine, che nel 1998 si è sentito scippato della candidatura a Bundeskanzler, rema ostinatamente contro il governo del suo ex amico Schroeder facendosi fotografare alla testa delle manifestazioni anti-riforme. La Wirtschafstwoche, prestigioso settimanale economico tedesco, ironizza sull’ex aspirante Cancelliere che adesso si fa fotografare con le maniche della camicia arrotolate, i bottoni della camicia aperti, la cravatta allentata e grida “Alles unsozial!”, tutto antisociale! E così un sempre più intimorito Schroeder ha posticipato il secondo troncone di riforme del sistema sanitario nazionale a dopo il 2006, guadagnandosi il sarcasmo del Wall Street Journal, secondo cui «Schroeder ha deciso di concedersi un biennio sabbatico di riposo dalle riforme». Un osservatore potrebbe meravigliarsi del fatto che, nonostante sia in vantaggio di almeno 15 punti sulla Spd, la Cdu non affondi il colpo. Ma in Germania non è costume politico tentare di far cadere anzitempo un governo eletto dal popolo. E poi l’opposizione non ha ancora un leader. Non entusiasma infatti l’idea di avere come capocoalizione la democristiana Angela Merkel, grigia burocrate priva di ogni fascino e carisma, che non conosce il maquillage e che imperversa con un micidiale caschetto a frangia adolescenziale nelle trasmissioni televisive. Kohl ha di fatto lasciato acefala la Cdu, e non ha posto le basi per la propria successione. è proprio vero che il difetto dei grandi leader è il personalismo. Con il risultato che anche con uno Schroeder dimezzato, lo sfidante non si trova.
Francesco Galietti
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