chi non voterebbe Alberto a kabul?
Un afghano di Kabul mi raccontava l’altra sera a cena che se Alberto Cairo si presentasse alle presidenziali prenderebbe una marea di voti. Motivo? Con tutte le persone senza gambe e senza braccia che vivono qui e che hanno ricevuto le sue cure, Alberto avrebbe un bacino di elettori di tutto rispetto. Appena arrivato all’aeroporto un autista, saputo della mia nazionalità, mi ha chiesto: «Allora sei amico di Alberto». «Alberto chi?» Sorpreso della mia sorpresa ha ribadito: «The doctor». Dopo qualche giorno di familiarizzazione con l’ambiente ho cominciato a capire che qui esiste solo Alberto e non Cairo. Per tutti, soprattutto per chi ha bisogno immediato e futuro, c’è Alberto, persino sul suo camice di fisioterapista c’è scritto Alberto. Dopo aver riconosciuto che la mia ignoranza non ha limiti ho incontrato anche io Alberto nel centro di fisioterapia della Croce rossa internazionale, il più grande dell’Afghanistan. Una laurea in legge conquistata in una delle migliori facoltà di Giurisprudenza d’Italia, a Torino, spesa per diventare fisioterapista in Afghanistan. Una ricerca di un posto di lavoro difficile come lui stesso racconta, visto che all’inizio un signore della Croce rossa di Roma gli aveva negato qualsiasi possibilità, rispondendo che per lui non c’era posto perché non all’altezza di eseguire i conti dell’ente. è partito per queste terre quasi per caso visto che aspettava una chiamata per l’Africa e finora c’è rimasto 14 anni: «Possibilmente vorrei rimanere a vita qui» sibila piano piano e aggiunge: «Perché no?». Capire Alberto è forse capire un po’ di Afghanistan: se fuori piove, dentro la clinica c’è il sole. Se sulle strade c’è povertà e sudiciume, dentro c’è pulizia e dignità, se sui marciapiedi si raccatta speranza di sopravvivere, dentro la “casa di Alberto” ci sono sorrisi e voglia di vivere. Un esempio? Basta guardare i 250 dipendenti che sono senza gambe o braccia e persino senza testicoli per colpa delle mine maledette. Insomma, tutto come fuori o quasi, ma c’è una differenza: la volontà suprema di essere attaccati al cordone ombelicale della natura. Alberto sostiene che è nello spirito degli afghani ironizzare sulle proprie sorti, ma forse quei sorrisi e quella serenità stampati sui volti dei suoi storpi sono un dono non tanto comune. Con Alberto sono anche curioso di sapere come è andata a finire la storia di quei tre tonti afghani che lui racconta nel suo libro di aver aiutato a metter su un negozietto. «è finita male – ci fa sapere – perché il più buono è morto e l’altro più cattivo si è messo a rubar soldi alla piccola società. Ma sai… se possiamo li aiutiamo ancora». Già, aiutare, una parola abusata che in questo spazio ha un senso preciso e infinito. A forza di aiutare Alberto è finito sotto il tiro incrociato degli americani. Per aprire una clinica a Khost, zona molto pericolosa, si è fatto avanti un tenente colonnello dell’Enduring Freedom che di testa sua ha scritto un volantino in cui si assumeva l’impegno di aprire questo nosocomio come missione americana e sotto l’egida anche della Croce rossa internazionale. Il volantino è stato fatto circolare in più aree, così che Alberto è montato su tutte le furie, culminate in una reazione amara: «Siamo medici e neutrali non possiamo agire sotto l’ombrello degli americani: è pericoloso anche se qualcuno sostiene – secondo me a torto – che anche i medici senza frontiere dovevano rimanere al coperto degli americani».
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